VOCAZIONE BUCOLICA - IV Domenica di Pasqua (Anno B)

L’immagine che abita e caratterizza questa domenica è sicuramente quella del “buon pastore”, che non a caso risulta essere una delle più antiche raffigurazioni di Cristo, dipinta sulle pareti delle catacombe romane. Il pastore “bello”, così sarebbe più corretto tradurre il termine in questione, è colui che vive di una bellezza speciale proprio perché capace di una speciale bontà. Nella sacra Scrittura è profondissimo il legame tra dento e fuori. I tratti interiori che traboccano all’esterno, e i tratti esteriori che dicono della qualità del cuore, in profonda continuità. Ma da questa immagine è anche necessaria una raschiatura delle patine romantiche, un restauro, per recuperare i colori e i tratti originali di quel pastore che rimangono pur sempre i lineamenti di un uomo che sa vivere la propria morte, che dà la vita per gli altri… Il pastore che difende le pecore a tutti i costi, “fino alla fine”, semplicemente perché… quel gregge è suo, è la sua vita! Questo diritto di santa proprietà, questo vincolo di appartenenza reciproco, è tanto consolidato nel cuore dell’uomo biblico, da entrare nella preghiera dei salmi: “Egli è il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce (sal 95,7). Solo nel vivere di questa appartenenza il cristiano diventa a sua volta capace di slanci di una divina generosità che sorpassano e vincono la legge del mercenario che fa tutto per un suo proprio tornaconto, per opportunismo, per sè. Il pastore invece è emblema di un “sè” esposto, di colui che si mette in prima fila per pagare di persona, con il proprio sudore e la propria vita, Colui che indica con il suo bastone e vincastro i sentieri che lui per primo ha percorso e battuto per liberarli dai pericoli.

Chissà quante volte lo stesso Gesù avrà pregato con le parole dei salmi sulla figura del Signore-Pastore, fino ad arrivare a capire di dover essere Lui stesso la guida del gregge, senza altro interesse che dare la vita per le sue pecorelle. E avendo accettato quella missione dal seno del padre, l’uomo ha trovato finalmente qualcuno capace di prendersi cura di lui senza condizioni, capace di condurlo senza compromessi sui sentieri della vita buona… E poiché l’amore vero è anche e sempre verità sugli inganni e i pericoli delle contraffazioni, ecco inevitabile il confronto con gli ululati dei lupi esistenziali. A ricordare che, se quando siamo circondati dal branco dei problemi della vita, ci troviamo soli, quelli che ci erano accanto molto probabilmente erano dei mercenari che ci stavano intorno solo per un qualche motivo… L’amore vero è quello che resta anche quando non c’è un guadagno. La fede vera è quella che si attiva quando i miracoli e le forti emozioni finiscono. Eccoci giunti nell’intimità di questa immagine che lega pastore e pecore, e che è tale da implicare un reale e continuo coinvolgimento reciproco… per il bene del cammino, perché nella “valle oscura”, l’unico modo per non perdersi, è ascoltare la voce del Pastore e fidarsi di Lui.

A dare forza a questa immagine, ne viene incontro una seconda: quella della pietra scartata. Nella società del consumismo è scandalosamente forte l’immagine di Cristo che si fa trattare da “pietra scartata”, poi riscattata in un “glorioso riciclo”; proprio per ricordarci che in questo “edificio spirituale” nessun calcinaccio sarà considerato meno degno. L’architetto divino vuole che non si perda neppure un frammento o spigolo di pietra… E così Gesù è disposto a prendere le veci del materiale da rottamare perché noi possiamo rimanere le pietre vive e scelte. Pietra di scarto, come agnello da macello… per insegnarci l’umiltà dell’amore, e ricordarci che alla fine il Signore capovolge “magnifica(T)mente” le cose: questo agnello diventerà il nostro pastore… E il cerchio si chiude, ma non l’ovile, che rimane aperto…. perché l’amore non si può inscatolare. E così da sempre e per sempre questa sinfonia bucolica, dovrà inserire per la sua armonia, il suono della porta di uno steccato che cigola e si apre continuamente a dirci il bisogno di superare le divisioni dei recinti di religione e dei gruppi di appartenenza

Gesù ha usato queste immagini per raccontarci l’amore. Oggi, celebriamo la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni: possiamo imparare che al cuore di ogni chiamata e stato di vita, c’è l’amore, come quello di un pastore per il suo gregge e possiamo far nostro l’invito di un grande pastore dei nostri tempi, don Tonino Bello, che parlando ai giovani augurava provocatoriamente di avere il coraggio di amare fino a che il cuore faccia male, fino alla fine… allora sarà un nuovo inizio.

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio». (Gv 10,11-18)
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