"RIMANERE", ALTRA VOCE DEL VERBO AMARE - V Domenica di Pasqua (Anno B)

Quante volte, davanti ad un sentimento importante o ad una emozione forte, ci siamo resi conto di essere a corto di parole e per esprimere quello che stavamo provando, e abbiamo chiamato in nostro aiuto immagini e simboli dalla poesia, dall’arte, dalla musica, dalla bellezza… Gesù lo fa di continuo. E così dai pascoli del buon pastore di domenica scorsa, oggi siamo portati a fare un giro in vigna, immagine del popolo che il Signore ha piantato e si è coltivato, e che chiama a portare frutto. Tutte immagini, che vogliono esprimere la relazione d’amore tra Padre e figli. E così come i tralci della vite, noi cristiani siamo legati in modo vitale a Gesù Cristo nel terreno della comunità, per mezzo del battesimo, che è la linfa che ci fa partecipare della stessa vita della Santa Trinità. Lo Spirito Santo attua quello che i Padri e la liturgia chiameranno “mirabile scambio”: Cristo mi comunica la sua vita mentre io gli racconto e consegno la mia… In un grado tale di intimità da poter dire con san Paolo “Cristo vive in me” e sperare, che nel cammino di fede e discepolato, si possa arrivare a dire con il salmista : “E io vivrò per lui”. Vivendo la piena consapevolezza che “senza di Lui non possiamo far nulla”… e questo fino alle ‘estreme conseguenze’ e cioè che: “tutto possiamo in Colui che ci dà la forza” (cfr. Fil 3,14). Senza Lui nulla, con Lui tutto! Un “tutto” che racconta dell’onnipotenza dell’amore (e di nessun altro potere!), e che mette in luce che se ci sono opere votate al nulla, quelle innestate nell’Amore, sono destinate ad essere eterne! Il che non significa che non verranno scalfite dalle prove, toccate e sconvolte dagli eventi della vita… quanto piuttosto che tutto questo andrà letto nell’ordine della potatura e non del taglio: per portare più frutto e non per essere buttate via e bruciate. D’altronde “Siamo (infatti) tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi” (cfr. 2 Cor. 4,8-ss), perché la morte è stata vinta e quando moriremo vivremo ancora. “Per questo non ci scoraggiamo” (cfr. 2 Cor. 4,16) e ci affidiamo alla Parola che ci è stata data in virtù della quale siamo già stati potati, purificati, liberati da false illusioni che tolgono linfa: via i fronzoli, alleggeriti e sfoltiti da quei rami vanitosi che impediscono al sole di passare!

A volte ci chiediamo quale sia il segreto di chi ha il pollice verde e un meraviglioso giardino. Per l’orto del cuore possiamo portare frutto solo rimanendo in Cristo e “custodendo” il seme della Parola. Si dice che per mantenere le piante vive e belle occorra parlare loro… Ecco il Signore continua a non farci mancare il dono della sua Parola perché possiamo crescere, fiorire e portare frutto. A noi decidere se quello che ci sta capitando è un taglio fine a se stesso che a nulla serve se non ad essere bruciato, oppure è una potatura per la vita, sapendo che la verità di Gesù ci spinge ad agire, scegliere e decidere, non per mortificarci ma per fortificarci… L’agricoltore infatti non ha generalmente il potere di far seccare, egli taglia semplicemente quanto è già secco e già staccato dalla linfa. …Allora “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”… perché alla fine solo "chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui”. C’è un’insistenza su questo verbo. L’amore non è esperienza di un momento, e fa di questo “rimanere” come il nodo di una radice affidabile che dice stabilità, profondità, perseveranza, un intreccio intimo fino a diventare un unico corpo: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30). Come nell’amore sponsale: “E i due diventeranno una carne sola” (cfr.Mc 10,8). Quel Gesù che ha sperimentato quanta sofferenza e lacerazione porti il trovarsi soli, quando tutti scappano via, a ragion veduta mette a sigillo della relazione “il rimanere”. Allora auguriamoci di “rimanere” saldi e radicati, anche nella stagione delle potature, sicuri di essere nelle mani di un abile agricoltore che ama la sua vigna, la cura, la protegge, la vuole salvare… perché è più grande del nostri disastri, del nostro cuore, dei nostri pensieri e di ogni agente atmosferico contrario. Per questo “Non lasciamoci scoraggiare” mai, laddove noi vediamo un tralcio mezzo morto, il Signore vede già "il vino che rallegra il cuore dell’uomo” (Sal 104,15) e questo rallegra anche il cuore di Dio!

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli». (Gv 15,1-8)
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