RESTAURARE PIÙ CHE ROTTAMARE - XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Viviamo in una società che ha ormai perso quel senso pratico tipico di altri tempi dell’aggiustare e riparare le cose rotte, perché spesso la legge economica ci dice che è più conveniente buttare via e comprarne di nuove… E non raramente questa logica, purtroppo, si ripercuote nei rapporti umani, ma il Signore non è di questa scuola: quando la materia in gioco è quella umana, non si fanno mai scarti. Dio non fa rifiuti (!) ed Egli ama versare olio di misericordia sulle rotture e ferite del peccato come i Giapponesi versano oro sulle crepe e i cocci dei vasi, per aggiustarli e renderli ancora più belli e preziosi.

L’amore di Dio è così, reinveste, offre la continua possibilità di un nuovo inizio. Più che un rottamatore, il Signore, è un restauratore che invita a non lasciare che “la colpa”, “il peccato”, “il male”, “l’offesa” diventino tuo fratello, il tuo compagno di cammino; semmai quella è una parte ma non è il tutto. Il comandamento di oggi è quello di guardare al buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita, perché se all’appello mancasse anche solo una pecora, quell’ovile non sarebbe lo stesso; il comandamento é quello di “guadagnare fratelli” per forza di attrazione e bontà… La chiesa infatti è una comunità di “guadagnati”, di salvati, di redenti pagati a caro prezzo, e non può avere altro intento, se non quello di salvare a sua volta, chi è nell’ombra della morte.

Allora comprendiamo bene che quel potere di legare e sciogliere affidato in modo singolare a Pietro, è in realtà compito dell’intera comunità che deve sentirsi responsabile del destino del fratello, corresponsabile della Chiesa-casa di Dio.

Ecco il senso di quell’essere tutti, in virtù del battesimo, profeti-sentinelle come Ezechiele, capaci di vedere anche nel buio della notte delle fragilità e dei peccati dei singoli e delle istituzioni, la luce che brilla dentro. Gesù insomma non incoraggia la caccia agli errori altrui, ma piuttosto la caccia al tesoro che è dentro al cuore di ogni uomo. Valorizzare l’altro. Riscattare l’altro. Scioglierlo dai legami di male… Ecco allora che per la fede, investire in fraternità è la politica economica che produce la vera crescita. E i fratelli stessi hanno il potere di far diminuire lo spread, di depotenziare il male, facendo propri, i gesti e le parole che vengono da Dio stesso: perdonare e amare i nemici, farsi prossimi, sperare contro ogni evidenza negativa, non guardare alla pagliuzza nell’occhio degli altri ma alla propria trave… In questo modo si diventa custodi, valorizzatori, intercessori dell’altro! E la prima cosa da fare, dice Gesù, è quella di non tirarsi indietro quando si nota che il fratello ha smarrito la via. Il “pilatismo”, che non è una tecnica di fitness, ma che dice il lavarsene le mani, significa lasciare il fratello nella possibilità di incancrenire e radicalizzare la propria situazione di male. E di questo ci verrà chiesto conto (!) perché è ciò che di più anti-fraterno possa esistere, magari poi non risparmiandoci le critiche alle spalle. “Quelli che io amo li correggo” - dice il Signore. I passi che vengono suggeriti non sono propositi punitivi ma una strategia graduale dell’amore e nell’amore: che passando prima dal tu per tu, richiede poi l’intervento di testimoni e solo in ultima battuta quello dell’intera assemblea. Sono strategie per cercare di recuperare il fratello alla comunione ecclesiale e non per umiliarlo: “la carità non fa alcun male al prossimo”. Quante volte ci siamo schermati dietro a quel “dove e quando due o tre si accordano nel nome di Gesù per chiedere qualcosa io sono in mezzo a loro e io li esaudirò”. Ma ci siamo dimenticati che l’assembramento di cui parla il Signore poco o nulla ha che fare con i numeri, quanto con i cuori che si amano. E quanto è difficile volersi bene. Ma se non ci vogliamo bene non è chiesa! Andare a “fare la comunione” quando non c’è comunione è una contraddizione interna! È svuotare il sacramento… “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole” (Rm 13,8). E come mi ama il Signore così sono chiamato ad amare il mio prossimo: quello che può sembrare ingerenza, invadenza, non rispetto della privacy in realtà è un “diritto e dovere di famiglia”, un desiderio di piena appartenenza: "tu non sei un estraneo”, tu non sei uno qualunque, e in qualche modo “mi appartieni”, sei parte del mio corpo di cui Cristo è il capo, questa è la Chiesa secondo l’immagine che ne dà sa Paolo. Ed è chiaro che così come non si è mai visto un corpo vivo senza testa e una testa senza un corpo, così è altrettanto vero che un corpo manchevole di una parte o di un membro, è mutilato, monco, manchevole.

Allora non dobbiamo solo sentirci liberi di sbagliare ma anche di correggere, per non perdere parti di noi… Perché l’altro da me è altro di me.

Solo una comunità che sa fare misericordia, che sa recuperare nella carità il fratello, costruisce il luogo e la garanzia della presenza del Signore in mezzo ad essa.

In un momento di silenzio preghiamo gli uni per gli altri e ringraziamo per le persone che in questo momento abbiamo accanto… loro mi parlano del Signore, mi conservano nel Signore, sono rivelazione del mistero di Dio.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». (Mt 18,15-20)
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