POSSO CONTARE SU DI TRE - Santissima Trinità (Anno A)

La solennità della Santissima Trinità, potremmo dire essere la narrazione dell’identità del nostro Dio, che è fondamentalmente amore che si comunica e si dona. In questa domenica ci viene riconsegnato il mistero di “un Dio estroverso” a cui “non basta” essere Dio in se stesso e per se stesso, e che poiché ama tanto il mondo, “esce” da sé, si rende vulnerabile perché l’amore è vulnerabilità, ed è generosità, regalo, e così dona il Figlio, Figlio, che a sua volta amando così tanto il Padre e i fratelli, dona la vita e regala il suo Spirito, non per condannare la storia, ma per salvarla!

Un gioco di matrioske per celebrare l’identità del nostro Dio, che ci ricorda che il destino dell’uomo è quello dichiarato fin dal principio in Eden: “Non è bene che l’uomo sia solo…”. Siamo chiamati da un Dio-Relazione, alla Relazione, ma ancor prima del compito affidato a noi, “popolo di dura cervice", questa relazione è un dono, oggi ricordato a tutti i Nicodemo in ricerca, immersi nella notte: tu non sei più solo, sei innestato in questa famiglia.

E in questo tempo, mettere al centro la relazione assume un significato ancora più forte. Forse eravamo arrivati ad un punto in cui davamo per scontato l’altro, che ci era un po’ indifferente anche quando entravamo in chiesa. Ora siamo quasi obbligati a farci attenzione: l’altro c’è, esiste, mi può contagiare, io lo posso contagiare. Siamo quasi costretti a prendere sul serio l’eco di quel “sono forse custode di mio fratello?” che richiama la nostra reciproca responsabilità. Il “vivi e lascia vivere”, è ormai troppo poco. E il sangue di Abele torna ad insegnarci qualcosa, “recuperato” da quello versato da Cristo sulla croce che trasfonde sull’umanità il perdono e la possibilità di ricominciare proprio a partire dal legame. Nella prova più estrema Gesù, continua a credere nella relazione, insegna a rimettere la vita nelle mani di un altro, nelle mani sicure del Padre, affida la madre al discepolo amato e il discepolo alla madre, perdona quelli che non sanno cosa stanno facendo, e regala lo Spirito come sigillo di un santo lignaggio. Il mondo è salvato dall’amore, e l’amore è relazione. E lo Spirito Santo che abbiamo ricevuto nella Pentecoste del nostro battesimo, ci ha resi “adeguati” a questa relazione trinitaria…

Se un modo di dire l’amicizia e l’amore si può esprimere con la semplice affermazione: “posso contare su di te”, la Trinità dice “posso contare su di tre”… a dirci che quando ne chiami uno vengono sempre anche gli altri due, che sono in una comunione così piena da sembrare uno (!)

E una corda a tre capi si spezza più difficilmente (!). Immagine che fuor di metafora rimanda ad una relazione ricca, corretta, trasparente, non asfittica, senza sotterfugi… che ci libera dalla “modalità dell’uno”, che nasconde la vita di un Narciso-dentro, che guarda solo a sé, e anche a quella “del due” che spesso nasconde l’insidia del volere l’altro come proprio possesso, come propria stampella. Siamo chiamati insomma a vivere in 3D (!) la dimensione della “terzietà”, e questo, sia quando siamo da soli che quando siamo coppia o in famiglia… Questa solennità sembra suggerire che avere davanti l’icona della Trinità, aiuta ad essere più se stessi, ad essere quello che dobbiamo. Se abbiamo sperimentato l’amore, ci siamo accorti che esso è nella misura dell’eccedenza, dell’abbondanza, del reciproco rispetto del mistero dell’altro. Essere innestati e inabitati dalla Trinità significa allora, sposare lo stile del decentramento e quello del dialogo e della comunione, ricordarsi che non decido sempre e solo io… che non conto solo io, la mia parola e la mia volontà, e che per un credente è necessaria la sinergia con il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo in una sana relazione con il prossimo…

(Che bella la naturalezza con cui s. Paolo può dire ai suoi fratelli “lo Spirito Santo e noi abbiamo deciso…”)

La Santa Trinità è allora un ponte fra la piena trascendenza e la più concreta immanenza, tra il cielo e la terra che rimanda alla vita concreta di Gesù.

Se credi in un Dio così “non sei condannato”, perché pur tenendo i piedi ben piantati in terra hai le radici in cielo, hai dalla tua parte un Padre che è nei cieli, un fratello che è sulla terra, un giudice ed avvocato che ti sono vicini in ogni tempo e in ogni dove; hai un intercessore presso il Padre… ma se non ci credi, sei “già condannato”, perché non ti resta che farti giustizia da solo, che provvedere a te stesso, che ammiccare con gli idoli della terra che promettono e non hanno la capacità di mantenere. Ecco in un momento di silenzio possiamo trovare riposo e ristoro nello Spirito e dire anche noi, in ginocchio come Mosè: “Ho trovato grazia agli occhi del mio Signore, il Signore cammina in mezzo alla mia storia, alla mia vita”… E allora anche se dovessi camminare in una valle oscura non temerei, perché tutto da Lui parte e a Lui ritorna! Questa è l’eredità per chi sceglie di far parte di questa famiglia.

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». (Gv 3,16-18)
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