MORTE DELLA PAURA - II Domenica di Pasqua (Anno B)

Da quell’ora nona del 14 di Nisan si era fatto buio su tutta la terra e si era fatta chiara la paura nel cuore dei discepoli. E la paura era fondamentalmente una: quella di fare la stessa fine del maestro. Ma in realtà quella paura era l’altra faccia della medaglia della gioia. Perché è vero, il vangelo, ci vuole proprio dire che siamo destinati a fare la stessa fine del Maestro, destino che però non si chiude mettendoci “una pietra sopra” al Golgota, ma che si apre al mattino di pasqua: nella sorpresa del sepolcro vuoto. Questo tempo pasquale vuole allora sigillare il passaggio dalla paura della morte alla morte della paura, di ogni paura. Abbiamo tutti un master nella scienza della paura… E in questa narrazione Tommaso si colloca come nostro “gemello” e suo stesso doppio, emblema di colui che vuol mettere mano su tutto… colui che vuole tenere “in pugno” una situazione perché appunto non gli sfugga di mano… diventa simbolo di chi deve fare rumore per azzittire la voce della paura, simbolo dell’individualismo che spesso tocca la comunità nella modalità dell’”ognuno fa quello che vuole”… e si sente libero di andare e venire quando vuole, e ancora, simbolo di chi vuole sempre l’altro a disposizione pur sottraendo la propria disponibilità… di chi avanza delle condizioni e pretese per “starci dentro” come se la fede si potesse pianificare. Ma Tommaso fondamentalmente è incredulo perché dopo otto giorni di risurrezione non è ancora cambiato nulla!! (E questa angolazione ci riguarda da molto vicino!)… Si ritrova discepoli che pur dicendo di aver visto il risorto sono mezzi morti, “chiusi dentro”, immagine di tutte le nostre chiusure a riccio quando ci sentiamo minacciati e feriti. Ma la buona notizia di oggi è che laddove abbiamo chiuso a doppia mandata e non facciamo più entrare nessuno, Gesù, ha ancora il potere di entrare e far ripartire la Storia. In questo senso S. Gregorio Magno scrisse che “l’incredulità di Tommaso è stata per noi più utile che la fede dei discepoli che hanno creduto”.. perché in quella incredulità è stato perdonato e riconciliato ogni nostro dubbio, il nostro gemello ribelle, e perché in quella professione di fede “Mio Signore e mio Dio” è stato sigillato il passaggio da una fede morta nel dio morto, ad una speranza viva, nel Cristo vivo! Da una fede individuale ad una comunitaria, da una fede generica ad una personale: “MIO Signore”

Ecco perché il dono che il Risorto ci fa - il dono della “pace”- necessita di andare a braccetto con il perdono. La prima pace, parte sempre dalla riconciliazione con noi stessi e con la comunità. E mi riconcilio con la comunità se ho il coraggio di “mettere tutto in comune… perché nessuno sia bisognoso”.

La pace che dà Cristo non è quella del mondo, non è quella delle spiegazioni, soluzioni o delle risposte, quanto la pace di sapersi raccolti in tutti i nostri pezzi rotti, e presi in braccio da qualcuno a cui interessa la nostra storia e la nostra sorte… E da quel momento possiamo sentirci come il famoso bambino in braccio a sua madre… di cui racconta il salmo, immagine di una pietà risorta.

Per fare accadere tutto questo, quel giorno benedetto, Gesù, ha mostrato le sue piaghe e consegnandoci i suoi buchi, i punti in cui “si è spezzato”, ci fa comprendere che non siamo noi a doverci aggiustare… perché è solo affidandoci ad altre mani che risorgeremo; dalle Sue mani, “dalle Sue piaghe, noi siamo guariti”, non dalle nostre!

E fra poco, pur “non vedendolo” con gli occhi della carne, ripeteremo anche noi il gesto di Tommaso: stenderemo le nostre mani al cielo per affidarci al Padre Nostro e allungheremo le nostre mani per ricevere l’eucarestia e vedere e credere con gli occhi dello Spirito. Che anche per noi possa cambiare qualcosa e ripartire la vita, possa aprirsi qualche porta chiusa… nel sentirci investiti a nostra volta del “potere di rimettere i peccati”… in una responsabilità che ci chiama a far rivivere nella comunità, la stessa pace che hanno sperimentato il re Davide, l’adultera, Pietro in quei cortili del rinnegamento e gli apostoli nel cenacolo… e che abbiamo vissuto anche noi incontrando Cristo. Fratelli e sorelle è la sua ‘divina misericordia’ a farci vivere… e allora possiamo permetterci di riconoscerci poveri e peccatori senza avere più alcuna paura… Da quel giorno riconoscere i peccati non è andare all’inferno ma sperimentare la risurrezione e abitare il paradiso già su questa terra.

Ci auguriamo di uscire da qui e ritornare alla nostra quotidianità dicendo anche noi “ abbiamo visto il Signore e l’abbiamo toccato con mano!”

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. (Gv 20,19-31)
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