LA (DIS)GRAZIATA FAMIGLIA - Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria (Anno B)

La domenica dopo il Natale la liturgia ci fa concentrare sulla santa famiglia di Nazareth. Se ci pensiamo bene, tutta la Scrittura è storia di famiglia. Famiglie anche piuttosto difficili e complicate, attraversate da: inganni, tradimenti, violenza, invidie e gelosie, incomprensioni, peccati, delusioni ed attese, e dove, all’interno di tutto questo, la relazione padre - figlio acquisterà una pregnanza fortissima per rivelarci Dio stesso proprio all’interno di questo marasma esistenziale. Questo ci consola, in quel file che immediatamente si è aperto sulle nostre famiglie, nel match che vedrebbe in gioco la santa famiglia (la loro) e la disgraziata famiglia (la nostra)… per riconoscerci tutti come la “graziata famiglia”

"Dio è amore” dirà l’evangelista Giovanni. E il primo luogo dove io imparo l’amore è la famiglia, perché rimane sempre vero che “io so dell’amore quanto sono amato”. Bene tutto questo parla di noi. Allora credo che in questa domenica siamo chiamati a fare della nostra famiglia un presepe vivente! Ma se prendiamo e guardiamo a questa immagine come al simbolo della perfezione-delle-belle-statuine, non ne avremo che frustrazione e soprattutto non avremmo compreso i Vangeli di questi giorni, che più che di poesia sono pieni di drammaticità!

In qualche modo siamo tutti “esperti di famiglia”, perché tutti veniamo da una famiglia e siamo famiglia. E tutti sappiamo naturalmente che cosa famiglia non è, che cosa nella famiglia non deve esserci. Ecco la Scrittura vuole aiutarci e confermarci nel santo proposito; vuole “addomesticare” la famiglia, cioè riportarla alla domus, alla casa, alla casa di Dio nella casa comune che è il mondo, e liberarla “dall’appartamento”, inteso come privatizzazione, chiusura e ripiegamento su di sé. Tutti siamo imperfetti ed abbiamo problemi. E ogni famiglia deve attraversare, come Abramo, il tempo dell’attesa, della crisi, dell’erranza… e soprattutto ogni famiglia è invitata a scoprire la propria vocazione alzando - come Abramo - gli occhi al cielo, confessando il proprio limite, pregando per le proprie necessità, invocando una forza dall’alto per stare al centro della volontà di Dio.

E allora la famiglia da luogo di affanni diventa l’officina creativa della fede e della quotidianità, che passando dall’ideale al reale, deve far funzionare la giornata incastrando gli ingranaggi di ciascun componente. Ingranaggi che funzioneranno solo se troveranno anche lo spazio non giudicante della libertà di poter sbagliare e cadere, ma nello stesso tempo, anche tutte le possibilità e le forze per poter risorgere! Lo stesso bambino Gesù è accompagnato da questi termini nella profezia dell’anziano Simeone: “Egli è segno di contraddizione, per la caduta e la risurrezione di molti!”. Anche se c’è Gesù, non sono evitate le cadute, come nella sua personale via crucis, ma queste sono destinate alla luce della Pasqua!

Fratelli e sorelle non si può risorgere se non si è morti…! E la vita di famiglia spesso chiede di passare dalla morte per mille ragioni… Quante spade trafiggono il cuore di genitori e figli all’interno delle mura domestiche. Maria è immagine di chi ha capito che l’amore rende vulnerabili, feribili. Giuseppe è immagine di chi si fa carico delle ferite dell’amore e che ha capito che solo insieme si possono affrontare le prove. Perché Dio sia di famiglia è necessario che si intrecci con tutte le dinamiche di casa! E questo fa di una famiglia una santa famiglia, nella quale la mano di Dio è all’opera continuamente ora nella mano del padre, ora della madre, ora del figlio, ora del marito ora della moglie, dei nonni, dei parenti, degli amici, della comunità.

La famiglia, a partire dall’imperfezione, può diventare la bottega dove si impara l’arte di ricominciare, la fabbrica dove si impara a fare misericordia, l’officina dove si lavora la speranza anche quando i conti non tornano e i tempi sono dilatati sempre in un ipotetico domani.

I profeti Simeone ed Anna hanno avuto il coraggio di rimanere fedeli ai loro sogni, alla promessa fatta un tempo ad Abramo e che oggi vedono compiersi al tempio: “Chi persevererà fino alla fine sarà salvo!”.

Se hanno gli occhi stanchi per la vecchiaia, il cuore è giovane per il desiderio di vedere il volto di Dio. Chiediamo questo ai nostri anziani, ai nostri nonni. Essere profeti che hanno nel cuore il segreto della vita. E auguriamoci anche noi di comprenderlo, perché se abbiamo questo, abbiamo tutto e più non moriamo... “Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace” … perché più di così non si può. Allora adesso è la pienezza e adesso siamo gli uni per gli altri, ciascuno con la propria identità e differenza, santa famiglia di Dio.

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. (Lc 2,22-40)
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