L'ERBA DEL VICINO - XII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Nella prima lettura, ci siamo messi in ascolto del profeta Geremia che sembra presentare in questa e in altre sue pagine, dei tratti paranoici ed isterici. Un uomo spaventato ed in confusione, che racconta di un clima di ostilità e durezza nei suoi confronti, proprio a motivo della sua predicazione. Tant’è che il popolo al solo vederlo dirà: “Ci prenderemo la nostra vendetta”, avremo la nostra rivincita. Ma onestamente quale vita non conosce queste oscillazioni tra i moti interiori del profeta, che passa dallo slancio dell’elezione e della piena comunione con Dio, fino al sentire tutti contro e sembrare quasi una vittima stanca di Dio, e dall’altra parte, il vocabolario del popolo che va contro tutto e tutti e non risparmia neppure Dio e gli uomini di Dio. Un giorno sentiamo che senza eucarestia non possiamo vivere, la domenica successiva qualsiasi motivo è valido per rimandare quell’incontro; un giorno ci sentiamo dei testimoni forti come leoni e il giorno dopo ci chiediamo chi ce lo fa fare a lottare contro l’incredulità di tanti. E quante volte, nella quotidianità, tutto questo è innescato “dall’erba del vicino”: quante volte cioè la casa dell’altro, la macchina dell’amico, la professione e lo stile di vita dell’altro, la sua famiglia, il suo aspetto, ci sembrano sempre “più verdi”, e a noi questa cosa non lascia il cuore in pace, cuore che fa subito appello a Dio e ad una certa giustizia, non parliamo poi di quando la condotta di vita e le parole dell’altro, ci fanno da specchio e ci mostrano la nostra coda di paglia, ci rinfacciano una coscienza “meno verde”. Geremia ci ricorda che in questi casi, la postura dell’uomo di Dio non è quella del giustiziere, ma quella di colui che dice: “A te (Signore) ho affidato la mia causa”. È in te Signore che può trovare riposo quello snervante bisogno di giustizia; perché quello che hai compiuto nella storia di tuo Figlio Gesù é molto più grande di quello che abbiamo fatto o non fatto, che ci è stato fatto o non fatto, nella nostra storia. Allora “non abbiate paura degli uomini” ci diceva il Vangelo! Ci è richiesto il passaggio “all’altra riva”, in modo tale che quello che di più basso ci abita, come il desiderio di vendetta, la paura che fa insorgere in noi la gelosia dell’altro, ecco possano diventare invece il volto di quanto c’è di più alto e che il vangelo oggi chiama “anima”. Per il credente è questo il centro di gravità del mondo, é Dio: il suo cuore, il suo Spirito, i suoi sentimenti, la sua giustizia, in una parola… il suo amore. Spesso il rimettere la nostra causa a Dio, ci sembra una strada che ci porta fuoristrada, perché non appaga il bisogno immediato, ma è in realtà, è l’unica via che ci fa stare dentro alle prove e fa venir fuori quello che realmente siamo.

Gesù che presenta ai suoi discepoli, la vita, come una serie di alternative tra cui scegliere, oggi invita ad opporre alla paura, la fiducia, ricordandoci ancora una volta l’espressione “non temere”, che è l’eredità più ricca del testamento biblico. Geremia, in tutto il suo maremoto interiore dirà: “Ma il Signore è al mio fianco”, che significa che tu puoi attraversare la tua paura, contando su di Lui. E ci accompagnano anche le parole del profeta Isaia (30,15): “Nell’abbandono confidente é la vostra forza”. Questo è il segreto per la traversata della tempesta e della valle oscura, ed è anche il passaggio che smaschera quanto la nostra fede spesso arrivi solo fino ad un certo punto e poi in realtà non riesca ad affidare tutta la vita a Dio. È proprio di questo che fanno esperienza i discepoli. Come per Geremia, si accorgono che non va tutto bene, che spesso sono “come agnelli in mezzo ai lupi”, e si chiedono perché il bene rimanga così nascosto, non venga alla luce e non vinca con potenza. Si sentono continuamente in quel pendolo tra la gloria di Dio e il pericolo del nulla. Questa è la coscienza che fa paura all’uomo: non conto niente, sono solo un soffio, dov’è il mio Dio? E Gesù dovrà rincuorarli: laddove tu credevi di “non contare”, lui tiene “da conto”, e conta persino i fili dei tuoi capelli che cadono, come a dire che non c’è dettaglio di te che non gli stia a cuore, perché per chi ama, niente dell’amato è “di poco conto”! E se il Signore conta i passeri e i capelli che cadono, a maggior ragione l’eventuale caduta dei suoi figli! Metafore molto forti per farci comprendere la nostra dignità. Quando credi di essere finito, il Signore inizia con te un nuovo capitolo e ti rialza su ali d’aquila. È una pagina fortemente motivazionale e di cura per la nostra autostima. Dio ci fa sapere che per Lui siamo un “alto valore” - “tu vali” - tu sei perla e tesoro, mio compiacimento, mio prodigio… e tutto quello che accade, anche se non sempre voluto da Dio, è comunque sotto lo sguardo di nostro Padre; la prova non è il nostro destino, è una tappa per questo cammino di liberazione e vittoria. Tu vali di più di quello che ti è capitato, di più di quello che dice e pensa la gente, più dell’oggettiva caduta e dell’oggettivo errore, tu vali di più della reale crisi che c’è intorno a te… Non temere, rimetti a me la tua causa, io sono al tuo fianco, e con me i tuoi giorni sono ancora.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». (Mt 10,26-33)
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