L’ASINA CHE PORTA L’AGNELLO - Domenica delle Palme (Anno A)

Quest’anno fra le tante cose, ci mancherà anche la tradizionale processione che riempiva la nostra chiesa, che ci faceva sventolare i ramoscelli di ulivo e cantare vecchi ritornelli devoti, con sorrisi di bambini in festa! E chi ci aveva mai prestato attenzione più di tanto? Era scontata! Ma quest’anno tutto ha un sapore diverso, anche quello che va sotto il monotono “si è sempre fatto così” e soprattutto quella noiosa routine che ora ci manca terribilmente e che magari prima disprezzavamo o usavamo male; e così chi oggi rimpiange i teneri abbracci, ieri magari li utilizzava per colpire alle spalle (!)…

In questa Settimana Santa sarà in quarantena anche l’ulivo, che non vedrà potate le sue folte chiome senza capirne il perché… sventoleranno da casa lenzuoli bianchi sui balconi come ad incoraggiare Gesù e noi, che “andrà tutto bene”… perché, almeno quest’anno, “ci meritiamo” un finale diverso! Ma anche se è tutto fermo, Gesù si muoverà ugualmente verso Gerusalemme, e ci ripresenterà il medesimo finale, perché “è necessario” che almeno uno non abbia paura di contaminarsi con l’umanità, fino in fondo a quello che di umano resta davanti all’omicidio di un uomo giusto. E quel cammino lo farà Lui per lasciare “a casa” noi. Ancora una volta il racconto della passione ci parlerà di un Dio che vuole prendere su di sé il conflitto, la prova, la violenza, il sacrificio, il male, il peccato, la malattia, perché smettano di attentare alla nostra vita. Per l’evangelista Giovanni Gesù è “l’agnello di Dio”, a richiamare quello con il cui sangue gli Ebrei tennero lontana la morte dalle loro case…

E prendendo le mosse dai passi controcorrente di Gesù, riflettendo sul camminare, scopriamo un insegnamento, forse anch’esso dato per scontato: quando camminiamo, ad ogni mossa, spostiamo il baricentro, e rischiamo per un momento lo squilibrio, la precarietà, l’instabilità, la caduta e l’uscita dalla nostra zona di stabilità e certezza… Spesso nella nostra vita spirituale, e non solo, l’ossessione della “correttezza”, della “buona immagine”, la paura di perdere qualcosa o sbagliare, generano immobilismo. E così quando ognuno ha la testa fissa su quello che vuole difendere, o sostenere, prestiamo il fianco ad un Pilato ed un giudeo che non vogliono “contaminarsi”, non vogliono uscire dai loro ragionamenti e non vogliono prendersi le proprie responsabilità. Gesù cammina perché ai figli va insegnato camminare (!), ed entra in Gerusalemme liberando insieme ad una asina e un puledro, la profezia di Ezechiele, perché entrerà con la semplicità di un “povero cristo”, e con essa anche l’umile forza della parola contenuta in Gen 49,10-11: “verrà colui al quale appartiene (lo scettro) e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli. Egli lega alla vite il suo asinello e a scelta vite il figlio della sua asina, lava nel vino la veste e nel sangue dell'uva il manto”.

E se è vero che in questo cammino lui ci mette la faccia, noi dobbiamo comunque metterci il dorso, offrendo cioè quello che possiamo! Se un asino concorre ancora una volta alla storia della salvezza, (come l’antenata asina di Balaam!); il progredire del Regno, necessita del nostro consenso. L’amore mette in luce il protagonismo dell’altro, magari scartato, e non domato da nessuno. Quest’asina è protagonista ma dovrà imparare che senza Gesù rimarrà “semplicemente" un asino!

Al centro del polverone che Gesù ha sollevato al suo passaggio, sono coinvolte due fazioni: la Legge e la Religione, che rimangono ferme sulle loro posizioni. Ma se un problema non viene affrontato, rimane solo la paura, figlia sana di un problema malato e mal gestito. Gv 19:8 “Quando Pilato udì questa parola, ebbe ancor più paura”. E così Pilato si ritrova con la paura di Gesù, di Cesare, dei Giudei… e se ne lava le mani. Gesù invece abita il conflitto accettando di perdere, non ragiona con le categorie di torto o ragione, ma prende su di sé un conflitto che altri non hanno risolto! Attraverso una Via Crucis, per morire “da vivi” e non vivere da “morti”.

E’ vero Gesù “non funziona” come vorremmo noi, sia nella sua storia: “medico salva te stesso!”, sia nella nostra: “se tu fossi stato qui…”; ma l’amore sorprende e non è un’assicurazione contro gli infortuni e gli incidenti sulla strada… Egli è con noi anche quando non ci sarebbe più alcun motivo per restarci, come Maria sotto la sua croce. Così che anche noi possiamo dire “Il Signore mi assiste e non resto svergognato”.

Gesù ha imparato da quell’asino che lo portava, a prendere e portare il peso della croce… e in questa settimana ci insegna cosa sia la fede: la fiducia totale nel Padre rinunciando a salvare da sé la propria vita e gridando e soffrendo la decisione di lasciarsi stabilire dal Padre nei suoi modi e nei suoi tempi. Questo è il dono di sè. Gli basta la voce del Padre come per le pecore quella del pastore, anche se non sempre sarà voce limpida e chiara: “Perchè mi hai abbandonato?” ( ) - “Se tu non mi parli, io sono come chi scende nella fossa!” (Sal 28). Gesù crede che il Dio pastore lo avrebbe guidato per il giusto cammino (Sal 23,3). Ma “Le pecore che confidano in se stesse e si compiacciono delle loro parole sono avviate agli inferi, sarà loro pastore la morte”. (Sal 49,14-15). E invece l’agnello che si è lasciato condurre dal Padre è diventato il pastore buono che conosce le sue pecore perché egli stesso ha provato le fatiche del lasciarsi guidare (e da un asino e da un Padre). E come dal Padre l’Agnello ha ricevuto la risurrezione e la vita, così egli diventa la via della vita per chi lo segue… E alla fine l’agnello ha salvato le pecore! Perché nel racconto di questa difficile settimana, il venerdì santo è “solo” un capitolo della storia.

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo
In quel tempo Gesù comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. ... Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». (Mt 27, 11-54)
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