L'AMORE NON LASCIA DISOCCUPATI - XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Nella nostra società l’economia è diventato il mito egemone, l’idolo assoluto che detta ogni regola, ma tutto il Vangelo è scritto per smontare la logica di chi chi si prostra al vitello d’oro, di chi dice Amen al denaro - mAMMona - e per far scendere dal piedistallo i ‘primi della classe’ e dare spazio agli ultimi. Tra gli ultimi della pagina di oggi, troviamo gli uomini che non hanno lavoro.

Un comune e attento passante vuol andare a fondo a quel “dolce far nulla”: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”, per poi scoprire la disarmante risposta: “perché nessuno ci ha presi”. Non si trattava di una libera scelta di gente pigra e svogliata, ma di vittime. E questo padrone non si rassegna davanti alla disperazione di quegli uomini che si sentono perfettamente inutili; ed una volta compresa quella triste situazione, esce ogni tre ore per fare qualcosa, e prima che la giornata di lavoro termini, anticipa ancora di un’ora, pur di dare un’altra possibilità di riscatto e dignità…

Quest’uomo è un esperto di umanità: sa che ognuno ha la propria storia e i propri tempi. Quel tale svela allora il suo vero volto: non è un padrone in cerca di braccia, quanto piuttosto un padre che desidera che i figli trovino il proprio bene, il proprio posto nel mondo e nella società, che possano avere le condizioni per custodire la propria identità e chiamata; perché purtroppo quegli operai continuano a considerarsi rivali e non fratelli, gelosi gli uni degli altri, un “resto” ma non di Israele, un resto come scarto e rifiuto: non c’è cibo per me, non c’è posto per me, nessuno mi vuole bene…

Ma invece ci sono occhi attenti che si posano su di loro, occhi come di un generoso pescatore di uomini, un vignaiolo buono in cerca non di acini da rivendere e spremere ma di anime da guadagnare e custodire… E che vuole liberare con precisione chirurgica, la pianta soffocata, per alleggerirla dai rami infruttuosi e debilitanti… e poiché quella di quest’uomo è un’arte che risveglia la vita, in barba ad ogni logica aziendale, e agli “scatti di anzianità”; paga col massimo salario chi ha appena iniziato a lavorare, come a dirgli semplicemente: “è bello che tu esisti e faccia parte di tutto questo!”. Se la paga è a giornata, quell’uomo sa che “le spese” hanno invece la loro scadenza ogni singolo minuto della vita, che deve essere vissuto con il proprio carico di gioia e dolore, e se non si ha come “pagarle”, si rischia la bancarotta, si fallisce la vita, ci si deprime.

E nel registrare tutto questo, come al solito c’è chi protesta … I gelosi per la generosità del padrone, sempre bisognosi che qualcuno stia male, per stare bene, che non sanno gioire per il loro patto e guardano con invidia al contratto degli altri, che pare sempre con condizioni migliori.

Ma ci viene detto fra le righe che la clausola fondamentale, fonte di gioia e vita, è semplicemente quell’essere presi a giornata da Dio, e quell’” a giornata”, non è per sponsorizzare i contratti a progetto, “a giornata”, ma perché ogni giorno va rifirmato quel patto! Questa è quella santa “precarietà”, ricca di mille significati, che non ci fa sentire mai “a posto” nel senso di traguardo raggiunto, ma al posto giusto anche se non è un “posto-fisso”, perché “obbligati” a rassegnarci ad essere braccia nelle mani del Signore, ogni giorno. Dacci oggi il nostro oggi! Questo significa ridare la giusta libertà al Vangelo.

Se non si lavora prima di tutto per Lui e con Lui, c’è il rischio che si giri a vuoto, che si rimanga nell’insoddisfazione anche quando si ha un posto-fisso, in una paradossale vita priva di salario…. cioè un’esistenza senza sale!

Che logica meravigliosa quella del Dio amore… Che ci fa scoprire che l’amore impiega ogni risorsa perché ci sia sempre più amore, e non può rassegnarsi che vi siano figli “disoccupati”. In questo senso non esiste un tempo oltre il quale si sarebbe fuori-tempo, e la prima e l’ultima ora sono ricapitolate e “lavorate” nell’alfa e nell’omega del Signore, e anche quel fuori-tempo-massimo, quello dell’“ormai il tempo è scaduto e tutto è inutile”; in realtà è richiamato in gioco dalle forze di risurrezione, che hanno sfidato e vinto la morte stessa… figuriamoci un “ritardo” di ore… Ci rassereni il fatto che Dio non ha debiti con nessuno, e dà a ciascuno il giusto, tutto di sé per una giornata che non ha ore, per una vita eterna.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi». (Mt 20,1,16)
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