IL SANTO RITORNELLO - XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Nel Vangelo di questa domenica si incontrano due incontri… donne in sofferenza e disgrazia che, ognuna nel proprio bisogno, denuncia la fatica del vivere. Una nata quando l’altra ‘iniziava a morire’… dodici anni sulla bilancia del tempo, una morta e una ‘morta viva’; e il centro di questa narrazione è il medesimo: la fede, che rimane il timone di ogni vita.

L’evangelista Marco fino a questo punto, ha presentato nel suo Vangelo, un Gesù che lotta contro il male in tutte le sue forme, volontà oggi ricapitolata nella storia dell’emorroissa, che oltre al suo sangue ha già versato anche tutte le lacrime e le parole e che in silenzio tocca quel mantello come fosse la porta del cuore di Gesù. E quel gesto si trasforma trasformando in grido, supplica e preghiera… C’è una intenzionalità ben precisa: il bisogno e desiderio di guarire. E non c’è medico che tenga, perché non esiste una ricetta in grado di far funzionare magicamente la vita! Non basta seguire e ripetere quanto prescritto dagli altri, fossero anche i sapienti della terra, la società, la politica, i tuoi affetti o persino la Legge. Puoi avere anche tutti i migliori ingredienti… ma il risultato non è mai assicurato, e soprattutto non esiste una medicina che possa preservare da tutte le ferite che la realtà ci presenta.

E se anche può avvenire il prodigio dopo dodici anni, c’è da fare i conti con quell’altra storia che per un attimo era rimasta in sospeso e che richiama il male dei mali, la morte… è l’incontro con Giairo, o meglio con la malattia che dà la morte alla figlia. In questi giorni siamo aiutati dalla cronaca, ad entrare nella drammatica giusta per capire questo padre: faccio riferimento alla storia del piccolo Nicola, che fortunatamente si è conclusa bene, o al caso di Denise Pipitone, Mauro Romano, che hanno e stanno in qualche modo sintonizzando la nostra empatia… Ecco pensate se a questi genitori fosse arrivata la notizia che è arrivata a Giairo “lascia perdere” tuo figlio/tua figlia è morto/a. “Lascia perdere"… che rimane un invito alla rassegnazione, un piegarsi dinanzi alle perdite di sangue della nostra vita che come stillicidio, goccia dopo goccia diventano una emorragia cronica che ci asciuga in un bagno di sangue, che prende il nome ora dei nostri fallimenti, delle relazioni malate ed interrotte, o della fatica conseguente alle tante ricerche e strategie per incastrare e controllare tutto; o che prende il nome delle menzogne che ci raccontiamo, nel tentativo di addomesticare una scomoda verità, e che in tutto questo assume la forma di una velata o esplicita idolatria nei confronti di cose e persone che ci stanno letteralmente prosciugando tutto il sangue. Ecco a quel “lascia perdere”, Gesù insegna un contro-ritornello “tu solo continua ad avere fede”: lascia fare a me, lasciati fare, facciamo insieme…

Gesù, sotto gli occhi di quel padre, prende la mano di quella fanciulla, come una volta si faceva per ‘chiedere in sposa’, perché il suo amore è sponsale, è intimo, e quando un uomo soffre, Lui soffre e si offre perché… è una carne sola con l’umanità che è sempre umanità malata e fragile … Nell’epoca del TOUCH che in Pandemia si è trasformata necessariamente in quella del NO-TOUCH abbiamo bisogno di riscoprire il tocco di Dio che apre la porta alla benedizione e alla vita….

Allora si sposta l’asse del brano, e il centro non è tanto se Dio sia capace o meno di guarire e far risorgere, quanto piuttosto se tu sei disposto a convertire la tua incredulità in fede! Fede in Colui che, come ci dice la prima lettura, non ha voluto e scelto “il veleno della morte” iniettato dall’invidia del Diavolo, e che anzi rimane in eterno il Signore “amante della vita” (Sap 11,26) che “non abbandonerà la nostra vita nel sepolcro” (Sal 16) anche se in quel sepolcro dobbiamo entrare… Ma lo faremo all’interno della prospettiva del Suo sepolcro che rimane vuoto a perenne memoria. E in questo incontro sarà bello sentir pronunciare il nostro nome, con una voce, misteriosamente familiare, seguito da quel “la tua fede ti ha salvato”!

Un Gesù concepito come un Dio che ogni tanto regala un miracolo, sarebbe come un uomo ricco che fa ogni tanto l’elemosina al povero, ma che in realtà non interviene mai sulle cose che producono quella maledetta povertà. Ecco Gesù con quel “Talità kum”, alzati fanciulla, celebra la Pasqua e si propone radicalmente come Dio dei vivi e non dei morti (Lc 22,32), che combatte corpo a corpo la morte vincendola nelle sue radici. Allora “alzati fanciulla”, alzati ragazzo, uomo, anziano, donna, nonna, mamma, bambino/a perché il nostro Dio “non è Dio dei morti, ma dei vivi” (Lc 22,32). E quale che sia la tua malattia , i tuoi anni di dolore, e la tua morte… tu solo continua ad avere fede perché il Risorto promette di mutare il tuo lamento in danza!

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare. (Mc 5,21-43)
2 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti