FRATELLI TUTTI - S. Francesco d'Assisi - XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

L’eucarestia è “rendimento di grazie” - liturgia di cuori grati - ed oggi fra i tanti motivi per cui ringraziare, in questa sobria Festa della Comunità, troviamo Francesco d’Assisi, una perla meravigliosa, incastonata nella corona delle storie di santità. E come sempre questa è per noi “festa della ripartenza”, ripresa dell’anno pastorale, occasione per prendere in mano la nostra fede - anche noi - attraverso l’incontro con il lebbroso, la conformazione al Crocifisso e lo stile del Santo Vangelo, che sono l’eredità preziosa del poverello di Assisi. L’elemento scatenante della sua conversione da una giovinezza spensierata, che lo vedeva già cavaliere, figlio del suo tempo, fu proprio l’incontro con il lebbroso, l’ultimo degli ultimi. Francesco si auto-comprende sulla falsariga del Vangelo di Gesù, che proprio nell’incontro, prima con un lebbroso, poi con dieci lebbrosi, decide il passo decisivo verso Gerusalemme. Il lebbroso era per quel tempo il “condannato a morte”, privo di tutto, costretto alla legge del distanziamento sociale per evitare il contagio - quanto mai attuale oggi! - e che privato di ogni relazione, diventa simbolo della morte, madre di tutte le paure che ci portiamo dentro. E come Gesù da ricco, non fu geloso della sua regalità divina, e si è fatto povero per venire ad abitare in mezzo a noi, così Francesco da ricco figlio di mercante, sente il bisogno di farsi povero, vicino ed umano per farsi fratello del lebbroso che cammina con sorella morte. Siamo uomini e donne fragili, che spesso non sanno combattere le crociate quotidiane. Affrontare il lebbroso fuori significa per lui guardare in faccia alla lebbra dentro (!) e a tutti quegli aspetti della sua famiglia, della società, della chiesa, della sua persona, con cui non è riconciliato. Pian piano Francesco sente che è inutile dividere il mondo tra vincitori e perdenti, Perugia ed Assisi, guelfi e ghibelllini, riusciti e falliti, stranieri e autoctoni, sani e malati, bianchi e colorati, credenti e non credenti. La buona notizia di Gesù è che Dio non fa scarti: non c’è fallito che non venga rialzato; anzi, proprio “i piccoli”, sono i destinatari della rivelazione del Padre, in quanto, non hanno nulla da esibire e sono sempre al “loro posto”, nel senso che ad un povero non si chiede nulla di più di quanto è. E’ questa quella Sapienza rivelata ai piccoli insieme al fatto che anche il dolore ha un fondo fecondo. Anche nella crisi della sapienza può esserci ancora una sapienza della crisi… Dio può ancora parlare, agire, … per ricordarci che SIAMO TUTTI NELLA STESSA BARCA… che sempre più spesso è un barcone… ma qui l’accrescitivo che nei media è evocativo delle pagine di cronaca del mar Mediterraneo, ecco qui, lo usiamo per indicare che “il Padre non vuole che neppure uno dei suoi figli vada perduto”, allora serve la dimensione del grande, come grandi sono le braccia di Dio e la sua misericordia… Francesco prova sulla sua pelle la crisi, conosce ricchezza e povertà, vittoria e sconfitta su campo, la libertà delle feste ma anche la prigionia e conviene che non sono le imprese grandiose a dire la verità di noi quanto piuttosto il riconoscere la nostra miseria e lasciare al Signore di portare a termine l’opera delle sue mani che noi siamo. E allora le sue mani si intrecceranno con quelle del Padre fino a portarne il sigillo, gli stessi segni del Crocifisso, che ha i tratti delle stesse piaghe del lebbroso, che ha gli stessi buchi della chiesetta in rovina di San Damiano. “non ci sia per me altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo [...] io porto le stigmate di Gesù nel suo corpo”. E l’idiota capisce la più alta scienza: se sono unito a Lui anche il suo destino di risurrezione sarà unito a me. Quelle ferite, possono essere allora la strada che percorre la grazia, trovando un accesso, un varco. E così l’eccentrico e narcisista Francesco, diventerà “restauratore del tempio”, come ha ricordato la prima lettura. “Francesco non vedi che la mia casa sta crollando? Va’, dunque, e restauramela”. La Chiesa non aveva bisogno di un muratore, ma di un vento nuovo, del soffio dello Spirito. Quando la tua vita è in crisi, e hai quasi smarrito la tua identità e il senso delle cose, puoi ancora lavorare nel campo di Dio, essere suo collaboratore… perché c’è sempre e ancora da amare! Queste sono le cose che Dio rivela ai suoi piccoli.

Francesco, allo specchio con se stesso, capisce che quando un nemico è troppo forte l’unica via è farselo amico, fratello e sorella… e così anche un lupo è fratello e la morte è sorella… Francesco “si allea” con tutti e con tutto: minore e suddito di tutti… perché fratelli tutti”… Il titolo della nuova enciclica di Papa Francesco, firmata proprio ieri ad Assisi. Lasciamo allora risuonare le parole di papa (non a caso!) Francesco Viviamo in un tempo segnato da guerre, povertà, migrazioni, cambiamenti climatici, crisi economiche, pandemia: riconoscere in chi incontriamo un fratello e una sorella; e per i cristiani, riconoscere nell'altro che soffre il volto di Gesù, è un modo di riaffermare l'irriducibile dignità di ogni essere umano creato a immagine di Dio. Ed è anche un modo per ricordarci che dalle presenti difficoltà non potremo mai uscire da soli, uno contro l'altro, Nord contro Sud del mondo, ricchi contro poveri. O separati da qualsiasi altra differenza escludente". San Francesco ci insegni ad amare così, eccedenti e sbilanciati sull’altro, benedica le vostre vite, entri nelle vostre case, ci insegni il vero volto di Dio e allora sarà Perfetta Letizia.

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». (Mt 21,33-43)
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