DEBITI DI FEDE - XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Se oggi ti chiamasse un amico, un parente, il commercialista, il tuo avvocato e ti dicesse che hai un enorme debito, come ti sentiresti?!? Forse ti si paralizzerebbe la lingua, ti tremerebbero le gambe… bene la liturgia di oggi viene a ricordarti che SEI UN GRAN DEBITORE… ma che in questo caso non rischi né la galera, né alcun pignoramento, perché non è un debito che va estinto, quanto piuttosto un debito che va abitato, capito, re-investito e sfruttato in questi termini: non è un problema riconoscere di dipendere da Dio e dai fratelli. San Paolo ci ricorda: “Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7). Non si tratta del registro economico o di quello psicologico che andrebbe a ledere la tua autonomia o indipendenza, ma quello del principio di realtà, quello di una sana dipendenza come quella degli organi con il cuore, quella del “ho bisogno di te", del “è bello che tu ci sia”… Se l’invito di domenica scorsa era “guadagnare fratelli”, oggi ci viene insegnato grazie al pescatore Pietro, qual è l’esca con cui pescare uomini… L’amo è l’AMOre che si chiama PERDONO…. E per lasciarci afferrare, la lenza diventa il ricordarsi del proprio debito: IO SONO UN PERDONATO. Pietro desidererebbe quantificare una misura, raggiunta la quale possa sentirsi giusto, ma il perdono non può aver misura perché non c’è un momento in cui smettiamo di averne bisogno! E di perdonarci gli uni gli altri, e di ricevere il perdono da Dio.

Allora in qualche modo ci riscopriamo nella stessa situazione del servo a cui è stato condonato il grande debito… visto così quel “debito” rimane aperto ma si trasforma nella misura della gratitudine e riconoscenza… perché ciascuno sa nel suo cuore quale sia il grande debito che gli è stato condonato!

E come il ritornello dell’amore è “per sempre”, così è della misura del perdono che solo può permettere e mantenere in vita quell’amore. 70VOLTE7

Se guardi il rapporto con l’altro da strozzino, o da agenzia delle entrate sarai sempre frustrato! A noi non conviene metterci sul tavolo delle imposte… lasciamo a Dio i conti perché si possa ripetere il miracolo della chiamata di Matteo che da esattore diventerà ragioniere secondo la matematica di Dio.

Questo Dio che in qualche modo si è “dovuto obbligare” di misericordia altrimenti il motore del mondo si sarebbe inceppato continuamente, e ogni vendetta avrebbe tirato la catenella per un nuovo diluvio alla Noè.

Fratelli ammettiamolo quella di questa domenica è una di quelle parabole che stanno bene sulla vita degli altri o sulle pagine della Bibbia e basta, ci calzano sempre un po’ strette, perché è difficilissima l’arte del perdono… in ballo c’è come agire nei confronti del male: il che non si tratta del semplice fare finta di nulla, o di cancellare e voltare pagina…. ma di rispondere al male con il bene (Rm 12,21 ) Dice Papa Francesco: “Gesù non chiede ai suoi discepoli di subire il male, anzi, chiede di reagire, però non con un altro male, ma con il bene. Solo così si spezza la catena del male.” Fa tremare questa parola quando pensiamo che in gioco c’è l’imperdonabile, la grande misura, quella delle pagine drammatiche della storia di ebrei e tedeschi, Utsi e Tuzi, arabi e resto del mondo dopo le torri gemelle, profughi e autoctoni, Willy e fratelli Bianchi, e anche il molto meno che si gioca tra le mura domestiche e nei silenzi di noi… perché sia nella cifra immensamente grande che in quella più piccola dei cento denari, quando a vincere è la vendetta, la rabbia, la cattiveria, a perdere è l’umanità… la Pietas, la relazione… quando invece c’è perdono-settanta-volte-sette si celebra la Pasqua del Crocifisso Risorto. Quando perdoni l’imperdonabile, sei come l’Onnipotente, la tua parola diventa parola di Dio, i tuoi gesti diventano “datori di vita” e non solo a terzi ma anche a te che offri il perdono, perché il cuore si libera dal rancore che uccide e può iniziare un processo di guarigione. Guarigione e peccato… Mi colpisce questa associazione che in più punti fa la Parola: “Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?” - Che cosa è più facile: dire al paralitico "Ti sono perdonati i peccati", oppure dire "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”?… Tutti voremmo il miracolo della guarigione ma non sempre siamo disposti al perdono, che è guarigione del cuore!

Ecco se abbiamo capito che ogni guarigione parte da qui dobbiamo agire tenendo a mente che Dio ci accorda il suo perdono nella misura in cui esso viene partecipato ai fratelli. Il Padre Nostro è in questa linea, in quel passaggio che provocatoriamente mi piace sempre tradurre così: Signore fai a noi quello che noi facciamo agli altri. Allora “Ricordati della fine e smetti di odiare” e tieni a mente che “con la misura con cui dai ti sarà dato”.

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». (Mt 18,21-35)
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