33 KG D'ORO - XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Nella vita di tutti, c’è almeno una persona molesta, quella che idealmente metti al centro del gioco delle freccette per concentrarti, prender bene la mira e andare a segno. Ma chi di noi se oggi quella stessa persona gli venisse incontro e gli regalasse 33 Kg di oro, avrebbe ancora parole cattive per lui?!

Ebbene l’ultimo servo della parabola che abbiamo ascoltato, quello che definisce il padrone “uomo duro”, ha ricevuto proprio l’equivalente di questo quantitativo d’oro. Un talento, allora era lo stipendio di seimila giornate di lavoro, più di 16 anni di buste paga. Ma quel continuo pensare male del padrone, lo fa sprofondare nella paura che paralizzandolo, non gli fa vedere l’opportunità che ha, e non gli fa fare bene quello che deve fare e di conseguenza diventa un amministratore “pigro e malvagio” - così viene definito - che è capace semplicemente di restituire “la stessa moneta”. Ma tutto il vangelo condanna l’atteggiamento del “minimo sindacabile”, alla stregua di chi vive le relazioni sotto la legge dell’occhio per occhio.

Potremmo chiederci: ma in fin dei conti che male ha fatto quel servo? Se questa, la nostra domanda, sarebbe sbagliata in partenza… Il Vangelo è per gente audace: è troppo misero il confronto sul male fatto, tutto va rilanciato sul bene compiuto!! Il bene che si ostina nel bene e cerca sempre nuove vie…

Proprio come la donna sapiente raccontata nella prima lettura che fa fruttificare filo e lana, nelle sue “mani operose e generose” al tempo stesso, con la creatività e l’impegno che trasforma un filo in un ricamo, una ciocca di lana in una coperta, un pezzo di vetro in un gioiello.

Quante volte fratelli e sorelle non ci rendiamo conto del dono che ci è stato affidato e messo tra le mani. Quante volte ci dimentichiamo del dono dello Spirito ricevuto nel battesimo, di quello della fede, di quello della comunità, del Vangelo di Gesù, delle sue promesse…

Paolo dirà al vescovo Timoteo “Non trascurare il dono di Dio che ti è stato conferito”… (1 ™ 4,14) perché attraverso quello che sei chiamato ad essere, io mi voglio manifestare, mi voglio rivelare, voglio parlare, voglio palesare il Regno, descrivere il volto del Padre mio… e se manca la tua parte… non è lo stesso, perché mancherà parte di me. Il Regno di Dio è dove Dio regna attraverso i talenti dati ai figli.

Anche questa Parabola ci invita a vigilare, ci dice che come amministratori saggi non dobbiamo lasciarci sorprendere dal giorno del rendiconto. Quel giorno non sarà solo un’arida verifica dei registri contabili, quanto piuttosto un sereno aprire il libro della vita in un racconto più grande, quello della Storia della Salvezza di Dio, dove il talento può essere stato usato come l’occasione e la nostra possibilità di riscatto: da servi fedeli a figli che vivono per la fede.

Dio non misurerà in base a quelli che per il mondo sono stati i successi e gli insuccessi, ma certo ci chiederà cosa abbiamo trattenuto, quanto ci siamo risparmiati e ci siamo riservati nascondendolo sotto terra. Quante volte insieme al talento, come lo struzzo, sotto la terra, abbiamo anche nascosto la testa, per paura di perderci la faccia!

Solo attraverso l’esercizio della nostra parte possiamo far fruttare quel talento.

O parto dalla mia povera vita, ricordandomi che “chi sarà fedele nel poco prenderà parte al molto”, o il talento di Cristo in me sarà “vanificato”. La parabola ci dice che per avere-parte, per avere potere e autorità nella vita, non dobbiamo fare chissà quali corsi di leadership, ma semplicemente essere fedeli alla nostra vocazione, e con ago e filo della fede, cucirne i vari pezzi.

La fede è un tesoro prezioso che ci ha affidato Gesù con la sua prima comunità, e dobbiamo prenderci cura di questo santo deposito che cresce con l’uomo, non resta mai fermo ed uguale, è qualcosa di vivo e dinamico…

E se in questo processo talvolta Dio appare come “l’uomo duro”, dobbiamo avere la convinzione che è solo per un motivo: perché ci tiene molto ai suoi averi, e “noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo”, e non vuole che diventiamo vite sprecate, luci sotto il moggio, sale senza sapore.

Il finale di oggi è crudo: Chi non rischia e si accontenta di una fede all’acqua di rose, conserverà solo le spine e perderà il profumo: gli verrà tolta quella parvenza di fede che ritiene di avere. Ecco che l’eucarestia sia il nutrimento capace di liberarci da ogni paura e ci faccia avere il coraggio di prendere in mano la nostra vita, talento che per il Padre vale più dell’oro (!), per farla fruttificare e riposare nelle sue mani.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». (Mt 25,14-30)
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