DUE VECCHIETTI RINATI DALL’ALTO - IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Sono passati quaranta giorni dal Natale e, così come prescriveva la Legge di Mosè, Maria e Giuseppe, compiuti i giorni della purificazione, presentano Gesù al tempio: il primogenito sacro, come lo è ogni vita che viene da Dio! Quella vita che fin da subito va restituita al Padre, non solo quando purtroppo la vita ti strappa una vita cara, ma la vita va donata e sintonizzata con il Creatore, altrimenti il rischio è di farla così tanto “nostra” da dimenticarne il dono di origine, e rivendicare un illusorio diritto di proprietà che può farci tanto male, fino ad ingannarci, quando invece in realtà non possiamo aggiungere un solo giorno al nostro vivere e a quello dei nostri cari… a cui spesso diamo gli scarti e le briciole di noi.

Dio merita le primizie! E in questo orientare la vita a Lui, noi riceviamo vita in abbondanza! Questo il senso profondo della festa della vita che celebriamo in questo giorno! Gesù riempie la vita, così come nella liturgia di oggi, è Colui che riempie il tempio, la luce che dà valore a quelle pietre rendendole uniche. II tempio senza Colui che lo abita, è vuoto mattone! Ecco nella costruzione di Salomone, Dio risiedeva nel santo dei santi, un luogo separato da tutto il resto, protetto, come sappiamo, dal velo del tempio. Notiamo subito il cambiamento: Gesù ha piantato la sua tenda IN MEZZO al popolo, è l’Emmanuele, Dio con noi, che con la sua vita, tunica cucita tutta d’un pezzo, divide, squarcia, fin da subito quel velo. Nessuna distanza, se non dal male (!) Ed è bello sottolineare che il Messia non è stato ricevuto, accolto e riconosciuto da un membro dell’elite sacerdotale, che sola poteva entrare una volta l’anno nel sancta sanctorum, ma da due vecchietti: Simeone ed Anna. Gli occhi vitrei e velati della carne vedono semplicemente il bambino sfuocato, quelli dentro, vivi e illuminati dallo Spirito, sanno mettere a fuoco e vanno oltre! Due “nonni", sazi di giorni, ma ancora alla ricerca di un Dio vivo, ancora affamati di vita e di domani. - Aperta parentesi: E’ la lezione di vita che ci ha dato in questi giorni Liliana Segre, la senatrice ebrea che poco più che bambina, ha superato la marcia della morte del regime nazista, semplicemente - lei dice - “mettendo una gamba davanti l’altra”, e che oggi, novantenne, definendosi nonna di se stessa, ci ha ricordato, come dice la Parola, che “anche se il corpo va deteriorandosi lo spirito si rinnova e fortifica di giorno in giorno”. Nella Bibbia Caleb, ultraottantenne, chiedeva a Mosè la Montagna, voleva vedere la Terra Promessa! Altro che lamentarsi degli acciacchi: finché c’è Dio, c’è speranza!

E in questa pagina di Vangelo Simeone diventa icona dell’uomo veramente libero, così libero da poter lasciare questa vita: può smettere di lottare nel momento in cui Dio ha cominciato a fare giustizia, e potrà dire: “ora lascia o Signore che io vada in pace - perché i miei occhi ti hanno visto… E vedendo te, hanno visto tutto quello che c’era da vedere”. Una volta visto Dio sulla terra, non rimane che contemplarlo in eterno e anche l'amore smette di fare paura! Ma prima del suo congedo lascia una profezia alla madre del bambino, a Maria, che diventa immagine dell’umanità che deve accogliere il Vangelo come segno di “caduta e contraddizione”. Perché il Cristo è pietra d’inciampo, non lo si può incontrare, e procedere tranquilli e spediti come prima, con una santa indifferenza. Il Vangelo pone un contrasto perché articola delle domande e chiede di prendere posizione, è la sfida del discernimento! Il Vangelo è contraddizione, perché come ha detto qualcuno, la vita è drammatica e contraddittoria, solo la menzogna è coerente e a suo modo lineare, con la sua stessa logica di male. La vita reale si smentisce, prevede intoppi, punti di caduta e riprese… E su questa vita il Vangelo è come quella parola mangiata dai profeti, dolce e amara al contempo, presentandoci una logica che non sempre ci piace, o che semplicemente non sempre capiamo fino in fondo: il poco che diventa molto, il potente che è rovesciato dai troni, l’umiliato che sarà innalzato, l’affamato che è saziato… il malato che è sanato, il cieco che vede, il sordo che sente… fino ad arrivare più grande delle contraddizioni: la risurrezione, che ci dice che la morte è vinta, ed è stato “ridotto all’impotenza colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo” (2a lett.)

Allora come Maria e Giuseppe, Anna e Simeone, che frequentavano con assiduità il tempio, sentiamoci Chiesa che ha la missione di accogliere e offrire il Salvatore del mondo, luce delle genti… Che i lumini benedetti che porteremo a casa ci richiamino proprio questo. Che con fede li possiamo accendere nei momenti bui, accanto ad un malato, quando dobbiamo prendere una decisione importante, nei momenti di crisi.

Facciamolo con lo spirito di Maria e Giuseppe, capaci di mettere nelle mani del Padre la persone che più amano, e per le loro mani, consacriamoci a Dio.

Oggi è anche la festa dei consacrati… festa di chi vuole ricordare al mondo, che la propria vita appartiene al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, secondo lo stile dell’amore; e che in qualche modo ci ricorda, che sia pur con vocazioni differenti, questo è il destino comune a tutti. Siamo del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, da loro veniamo, a loro torniamo.

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. (Lc 2,22-40)
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