FAMIGLIA: IL SOGNO DI DIO - Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (Anno A)

La festa della Santa Famiglia, nella Scrittura, non assume tinte poetiche o retoriche ed è rimando all’importanza delle relazioni, che inseriscono la vita nella dimensione del dono ricevuto, che ci ricorda di come non ci “siamo fatti da soli” e di come rimaniamo nella vita, e quella vita ci è resa possibile (!), solo se innestati in una trama di rapporti reciproci. E questo è il rimando religioso che sottostà ad ogni nostra relazione e al mistero dell’Altro. Ecco tutto questo, si incontra e scontra quotidianamente con la complessità della realtà, proprio come è stato per Maria, Giuseppe e Gesù. Infatti i primi passi di questa nuova famiglia sono scanditi da continui turbamenti e prove: scappare, andare, fuggire… azioni, che rimandano al cammino del popolo di Israele che era stato in Egitto per fuggire la carestia e poi ritornare nella terra promessa; che era stato schiavo in Egitto per essere poi liberato da Mosè.

In questa descrizione, vi è come il ricapitolarsi dell’intera storia della salvezza nella persona del nuovo Mosè, Gesù.

Ed è per noi edificante vedere come nelle tante e tante difficoltà di questa famiglia “eletta”, Maria e Giuseppe diventano ancora più forti e saldi, e procedono uniti, insieme, continuando a dare priorità alla guida di Dio, fidandosi di Lui. Giuseppe continua ad essere l’uomo giusto, che studia le partenze, le soste, e ripartenze, l’uomo di una giustizia direttamente proporzionale alla disponibilità con cui i suoi sogni umani si lasciano trasformare e convertire nel “sogno" di Dio. Ed è questo il segreto che ci regalano per ogni famiglia: dove l’unica fuga ammessa è quella “in Egitto”, quella cioè spinta, programmata e sostenuta dall’angelo di Dio. Allora, come ci ha fatto pregare il salmo “beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie” mettendo nello zaino da viaggio, come priorità, la fiducia in Dio e concetti quali: responsabilità - perché amare è scegliere - e ancora, la cura, e quel mantello particolare per i giorni freddi: “rivestitevi della carità, di umiltà, perdono, dei sentimenti di Cristo”. Allora anche nel cuore della notte, si avrà la forza di agire e saremo in grado di alzarci - cioè di risorgere dai dubbi, difficoltà, prove - per andare incontro alle promesse di Dio. E non si “reciterà la famiglia”, non si giocherà come quando eravamo bambini “ad essere famiglia”, ma si avrà il coraggio di assumere la vita dell’altro come parte della propria, scoprendoci capaci non solo di rimanere in piedi, ma di donare la vita a qualcuno, senza pretendere di diventarne padroni. È lo spazio della gratuità del genitore, nell’ABC della famiglia. Si diventa genitori non quando si concepisce un figlio, ma quando si dà la vita per qualcuno!

La nostra cultura, lo sappiamo, attraversa una “crisi di famiglia”, famiglia che appare sempre più incerta, che pare possibile solo a prezzo di un miracolo. E questo richiama l’urgenza al riferimento alla fede, che non è un optional per la coppia… ogni decisione ha bisogno di una fede!

In questa confusione, forte è in crisi anche e soprattutto la paternità: si parla di “evaporizzazione del padre”, e tutto questo ci interroga su quale modello di “adultità” stiamo proponendo. Quello responsabile di Giuseppe o quello del potere-adolescente di Erode. E ancora quale modello di “figliolanza”? Da parte loro i figli, sono tenuti a mostrare obbedienza, solidarietà e onore ai propri genitori, perché si è in una pacifica responsabilità e “appartenenza”. Questo significa essere in relazione. Senza, è un gioco di ruolo, nella grammatica dei ruoli.

E la liturgia presentando la migrazione forzata di Giuseppe con la sua famiglia, ci offre anche una pagina di grande attualità.

Con la santa famiglia ricalchiamo le orme di tutte quelle famiglie che oggi si vedono obbligate alla fuga, persone che non scelgono di andarsene, ma che sono costrette a separarsi dai loro affetti e dalla loro terra. In molti casi questa partenza è carica di aspettative in altri è semplice sopravvivenza! Con il progetto della Mostra, abbiamo conosciuto tante storie di umanità, o meglio disumanità, che sono un appello alla coscienza, che sono una denuncia ai tanti Erode, ad una politica ingiusta e ambigua…

Le loro e le nostre famiglie sono segnate da tanti problemi, e in tutto questo la vicenda evangelica non vuole far partire indebiti paragoni, non vogliamo confrontarci per mettere sulla bilancia il dolore dei tanti poveri Cristi con quelli di Cristo, quanto gettare luce e speranza e far sentire che il nostro cammino non è in solitaria, non siamo orfani, non siamo abbandonati, quanto piuttosto aperti al verbo della Vita che è Gesù e ai verbi della vita-in-Lui che sono: amare, sperare, credere, avere compassione, accogliere… Ecco allora che le nostre famiglie e le nostre relazioni possono diventare un luogo santo, il sogno di Dio, uno spazio di salvezza. Questo l’augurio che ci facciamo.

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno». (Mt 2,13-15.19-23)
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