SOLO L’AMORE RESTA - XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

Da poco abbiamo vissuto il ricordo dei nostri cari defunti e magari, in una delle nostre visite al cimitero, ci sarà capitato di riflettere sulla morte e risurrezione: per san Paolo, questo, sarebbe stato il dono più grande fattoci dai nostri cari, perché senza la fede nella risurrezione - egli ci dice - la nostra fede é vana (1 Cor 15); ma questo mistero non è semplice e non può che metterci in discussione e farci porre domande. Oggi al riguardo della morte viviamo due oscillazioni: o la morte ci viene sbattuta in faccia senza mezzi termini, o c’è la ricerca di eliminarne completamente le tracce, una sorta di completa rimozione, perché la paura è tanta. Pensate che invece, intere generazioni, si sono nutrite spiritualmente con un libro famoso di Sant’Alfonso Maria de' Liguori che si intitola ‘Apparecchio alla morte’, che riflette su questo tema invitando a prepararsi bene all’incontro con il Signore. Anche se sono cambiati i tempi, possiamo trarre un buon insegnamento per noi, oggi. L’esercizio potrebbe essere questo: dopo avere compiuto una azione, o detta una parola, che ci sembravano tanto la cosa giusta e necessaria da fare o la parola che assolutamente dovevamo dire, potremmo far risuonare quel famoso versetto: “stolto questa notte stessa, ti verrà chiesta la vita” (Lc 12,20), é il senso di quel memento mori: “ricordati che devi morire”. E successivamente potremmo chiederci come ci sentiamo, e se avremmo fatto comunque quell’azione o pronunciato quella parola… perché solo l’amore resta! Quante energie sprecate dietro a cose vane e risentimenti inutili! Ecco i padri nella fede lottavano contro il male e le tentazioni, con questo genere di ragionamenti.

Nel Vangelo di oggi troviamo i Sadducei, conservatori per eccellenza, che non credevano alla risurrezione, e conoscevano solo la Legge di Mosè, e che creano una storia ad hoc per provocare Gesù e dimostrare l’impossibilità della risurrezione: secondo la loro narrazione, si verrebbe a creare “in cielo” una famiglia composta da sette uomini e una moglie… Ecco incarnano la logica dell’uomo vecchio: quella che crede solo in quello che vede e che la ragione può dimostrare; in quella della brama di prendere e possedere. Parlano infatti, senza affezione alcuna, di questa vedova, che in piena facoltà con la legge del tempo, ha avuto, ‘ha preso’, ’ha accumulato’, sette mariti in cerca di discendenza (si credeva che attraverso i figli, anche i defunti avrebbero visto il ‘giorno del Signore’, e si sarebbe riversata su tutto l’albero genealogico, la grazia dell’incontro con il Messia). Il racconto di questa vedova, come quello dell’uomo che ammassava nei granai, ci fa pensare a tutte le volte nelle quali ci illudiamo di possedere, avere, accumulare, e poi bussa alla nostra porta l’imprevisto, la battuta d’arresto, o persino la morte, che ci costringe a renderci conto che non c’è nulla che possediamo realmente, e che davvero tutto passa, solo l’amore resta! Esiste anche un altro modo di abitare il mondo e il tempo: quello ispirato ed accompagnato, dalla logica della risurrezione, quello che vivono i sette fratelli raccontati nella prima lettura. Mentre i sette mariti prendono la donna e trovano la morte, i sette fratelli si donano nella morte per difendere la loro fede, e trovano la vita.

E’ la logica del nostro Dio che sa andare oltre i calcoli umani, amando gratuitamente e in sovrabbondanza, e ci apre così le porte di uno spazio più ampio nel quale ci scopriamo tutti bisognosi di un amore così, chiamati ad amare così. Infatti ogni autentico atto di amore vive in qualche modo della luce e forza della risurrezione: attraversa una morte (che sia per l’uscita da me stesso, la possibilità di rimanere delusi e feriti dall’altro, il rischiare qualcosa di sè…) per andare alla radice dell’amore, all’essenziale; e così fa ogni atto di perdono e di misericordia che viviamo.

Le parole di Gesù, allora, non vogliono dirci filo e per segno come sarà la risurrezione, o indicare una confusa regione del cielo, nella quale non ci sarebbe alcuna identità e alcun legame affettivo, quanto piuttosto lasciare intravedere una possibile nuova creazione che si può solo intuire pensando agli angeli del cielo, o al corpo glorioso di Gesù, dove cioè non è la necessità biologica a dettare legge, o quella economica, quanto la legge dell’amore, e della fiducia nella relazione filiale con il Padre nostro che sta nei cieli e sulla terra. Nel Regno di Dio i legami del battesimo (quelli di fede), sono più forti di quelli di sangue!

A noi curiosi per natura (e a volte per scelta!), dovrebbe bastare saperci in questa comunione e cominciare a credere che l'amore va oltre la morte.

Allora dopo quello dei morti, celebriamo oggi, il giorno dei vivi, perché il nostro Dio è il vivente e ci vuole portare tutti a vita nuova! E questo solo l’amore lo può fare.

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui». (Lc 20,27-38)
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