ALZARE LE MANI ED ESSERE “STALKER” - XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

Quanti di noi stanno combattendo piccole o grandi battaglie?! Magari nell’area degli affetti, in famiglia, sul lavoro, nell’educazione dei figli, con la propria salute, con le proprie finanze, con se stessi…

Guarda che esercito!

Ecco, la prima lettura ci racconta della strategia vincente di Israele contro i temutissimi Amaleciti. Nello stesso tempo in cui Giosuè scenderà sul campo di battaglia, Mosè salirà sul monte della preghiera, perché la nostra battaglia - come sta scritto in Ef 6,12- : “non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma […] contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. La Sacra Scrittura ci dice che il male in noi e attorno a noi, ha sempre una radice spirituale e lo si può combattere non con “l’alzare le mani” ma con “mani alzate” e ginocchia piegate, cioè con la preghiera e con quel caricarsi il peso delle responsabilità proprie, e in un certo senso anche quelle altrui, nella consapevolezza che la vita la si costruisce insieme agli altri, incastrando e impastando tutto con Dio, principio e fine, alfa e omega. E nella sua concretezza la Parola ci dice che pregare può stancare, perché la preghiera è un’azione complessa: non è nell’ordine dell’efficacia immediata; è pur sempre una scommessa su un mistero insondabile e, proprio come accadeva a Mosè, le mani alzate possono diventare pesanti. Quante volte ci stanchiamo di venire a messa, di innalzare il nostro sacrificio di lode, di fare la nostra offerta, di ritagliare del tempo per i fratelli bisognosi e per pregare e leggere la Bibbia!? E ci chiediamo: ma la mia preghiera sarà ascoltata? Ha senso pregare? Perché, ammettiamolo, sono tante le chiamate senza risposta in questo dialogo con il cielo… tanti i messaggi lasciati in segreteria. Ecco, una vedova oggi ci invita a perseverare, perché solo “chi persevererà fino alla fine, sarà salvato”. (Mt 24,13) E troviamo in lei l’unico caso benedetto di stalkeraggio ante-litteram. Continuerà a bussare alla porta del giudice, nella sua ostinata convinzione di avere diritto a ricevere giustizia. Ne è degna! E continuerà, proprio come quando si prende una medicina, fino a che non si guarisce! E quella ostinazione diventa fede... e quell’atto di fede, diventa fede in atto! Chi di noi tornerebbe e continuerebbe a bussare e a consumarsi le nocche dietro ad una porta, se non sapesse e avesse la piena convinzione che lì dietro c’è qualcuno in grado di rispondere, aprire, risolvere, aiutare?!?!

Quella donna ha la certezza di una presenza e ha la certezza che l’uomo abbia diritto di essere di qualcuno (la vedova era considerata proprietà di nessuno). Fino alla fine l’uomo ha diritto di amare ed essere amato, di essere ascoltato e di ascoltare: è giusto che l’uomo abbia una speranza! Non si tratta tanto di tirare Dio per la giacca, all’interno dei nostri problemi, quanto ricordarci e credere profondamente che tutto di noi gli sta a cuore e, in virtù di questo, agire e pensare “davanti a Dio” e lottare per la giustizia con la Sua forza dentro di noi! E questo è ben di più che il moltiplicare le formule o la perpetua recita di preghiere. Anzi il rischio è che, a volte, pregare “troppo” diventi un pregarsi addosso, un parlare sempre, senza ascoltare mai, un fondare l’ordine “dei petulanti prolissi”! Gesù stesso dice che i farisei facevano lunghe preghiere e poi divoravano le case delle vedove; bene... una vedova, oggi, vince i farisei costruendo la casa di Dio, il Regno di Dio, e lo fa chiedendo la giustizia che, nel linguaggio biblico, altro non è che l’invocazione di quell’ordine pensato da Dio fin dal principio… Quel giusto rapporto tra cielo e terra, quel “sia fatta la Tua volontà” espresso proprio dall’unica preghiera che conosciamo di Gesù.

Certo il Padre sa già di che cosa abbiamo bisogno, ma ancora una volta il ‘problema’ non è Lui, siamo noi! La preghiera serve a noi, per comprendere cosa stiamo cercando, chi siamo veramente, quali desideri abitano il nostro cuore. L’arte della preghiera ha la capacità, come ha scritto qualcuno, di “formare” l’orecchio di Dio decentrandoci dal nostro ombelico, e anche e soprattutto di dare forma al cuore e alla coscienza dell’uomo… Perché sembra che, sotto sotto, il timore di Gesù sia quello di ritornare e trovare - al più - alcuni uomini pseudo-religiosi intenti a pregare per la pace, per la fame del mondo, per la disoccupazione, ma pochi uomini con la fede della vedova che chiede giustizia a chi deve farla qui sulla terra ... e non la fa!

Che possiamo imparare da questa donna a chiedere giustizia, a pensare e fare tutto quanto abbiamo da fare, davanti a Dio, per imparare a metterci dietro Lui, sicuri di avere un avvocato e un giudice che sono dalla nostra parte. Anche se nel cammino non c’è nulla di certo, è promesso che Dio farà giustizia!

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». (Lc 18,1-8)
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