LA DOGANA DELLA SALVEZZA - XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

Quante volte con il Signore noi vorremmo stipulare sì un patto, un’alleanza, un’amicizia ma “al contrario”, come a dire: prima dimostrami chi sei tu e quello che puoi fare, realizza ed esaudisci quanto ti chiedo e poi, in un secondo tempo, ti darò il mio consenso, il mio Amen! Mi colpisce invece l’indicazione che Gesù dà oggi ai lebbrosi, a questi uomini sofferenti, considerati “marchiati di peccato nella carne”, impuri, maledetti e contagiosi di maledizione. Uomini sotto sotto arresi in segreto, al fatto che la vita sia per loro finita… ma invece il passaggio di Gesù accende una speranza! E ancor prima ancora di guarirli, li invita ad andare dai sacerdoti, che secondo la legge del tempo, avevano il compito di attestare la guarigione e riammettere alla vita pubblica. E loro si mettono in marcia, si fidano di una indicazione incongruente e strana, non meno bizzarra di quella che ha ricevuto Naaman il Siro e che abbiamo ascoltato nella prima lettura, e lo fanno senza vedere la guarigione, e solo in un secondo tempo guariscono: “E mentre essi andavano, furono purificati” (17,14). Prima hanno dovuto mettere in marcia la loro fiducia nella Parola ricevuta. Proprio come quando la Sacra Scrittura dice che le acque del mare si aprirono, solo dopo che queste avevano già raggiunto le caviglie del popolo. Prima ti devi mettere in cammino e immergere in questo mistero, perché non è il miracolo a produrre la fede, ma è la fede ad ottenere il miracolo! Come a dire parafrasando “beati quelli che crederanno pur non avendo visto, perché di lì a poco vedranno”. E ancora: “Credi e vedrai la gloria di Dio”, non viceversa! Ecco perché il Vangelo ha il coraggio di affermare che non è Dio a salvarci, ma la nostra fiducia nel fatto che Egli lo possa fare: “va’; LA TUA fede ti ha salvato!” (Lc 17,19). La fede che salva, è quella di chi ama la parola di Dio prima ancora della sua attuazione puntuale… e che sa che quella Parola è viva ed efficace e non tornerà a Lui senza portare effetto, perché il nostro è un Dio fedele.

E di quei dieci guariti, solo uno, uno straniero, è anche “salvato”, perché sembra aver capito qualcosa in più: e torna a ringraziare. Nella guarigione si chiudono sì le piaghe di morte, ma solo nella salvezza si apre la sorgente della vita: entri in Dio e Dio in te. Ecco Gesù è deluso non perché gli altri non siano tornati a rendergli grazie, ma piuttosto perché il loro cammino di fede si è già concluso, si è arrestato semplicemente all’obiettivo raggiunto, e non ha raggiunto invece la comunione intima con Colui che l’ha permesso. Si è fermato ad un livello differente, opaco, come quello di uno che ha risolto un problema ma senza sapere veramente come, e che quindi al prossimo imprevisto si troverà allo stesso punto di partenza. A quel lebbroso invece non basta tornare alla società, e alla vita di prima, è troppo poco, sente il bisogno di tornare alla fonte da cui è sgorgata per lui, di nuovo, la vita, per non staccarsene più, ed è grato di questo!

E’ la mancanza di questa gratitudine a renderci “infelici” ed “infedeli” , anche se siamo di casa nella casa del Signore (!)… senza gratitudine non si supera la dogana della salvezza, cioè non si raggiunge il cuore di Cristo, che è per noi possibilità della pienezza di vita. Allora occorre tornare indietro a ringraziare per evitare che i tanti benefici di Dio vengano dimenticati in fretta. Il fare memoria, unito al grazie e alla lode, diventano il passpartout per la grazia e per la salvezza!

Molta della nostra tristezza nasce dal fatto che viviamo spesso come se le cose ci fossero dovute: quante volte siamo un popolo di “abituati”, abituati alle persone che ci circondano, al loro dialogo, alla loro disponibilità, abituati ad un luogo, ad un rito, ad un particolare, tanto che non ce ne accorgiamo più, non ci facciamo più caso, mentre invece se ne accorgono gli stranieri, chi viene da fuori, e non ne è assuefatto… E diamo per scontate molte cose e andiamo alla ricerca di cose nuove, migliori, un cammino spirituale migliore… Ma dove vai?!! Se a fare la differenza è Cristo, la cosa importante è tornare a Cristo e radicarsi in Lui. Questo ci insegna quel lebbroso-straniero, ricordandoci che il fine di questo cammino non è il miracolo, o la dimensione terapeutica della fede, quanto l’incontro vivo con il Dio vivo! Impariamo questa via a partire dalle piccole cose. E ora la proviamo a vivere a partire da un pezzo di pane donato nella memoria grata, riconoscente, di un amore fedele e sconfinato.

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». (Lc 17,11-19)
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