GLI INTRALLAZZI DI DIO - XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

Subito dopo quella del figliol prodigo, arriva la spiazzante parabola dell’amministratore disonesto, parabola dai toni paradossali, che abbiamo appena ascoltato. Ecco dinanzi al racconto di quest’uomo disonesto rimaniamo basiti, perché sembra tutto al contrario! Ma Dio è Dio e non è uomo - per fortuna-! E i suoi “intrallazzi” anche se non sempre immediati, sono benedetti! Di sicuro questo testo non vuole elogiare la disonestà, quanto aprirci gli occhi sul fatto che la ricchezza, i beni, il potere - lo sappiamo benissimo - sono materiali che ben si prestano agli affari disonesti, (non a caso san Paolo nella sua lettera ci chiedeva di pregare per tutti gli uomini e anche e soprattutto per chi è al potere!); ma tutti i doni se ci sono stati dati, possono essere strumenti preziosi se a vantaggio del bene comune, e perché questo accada, occorre che non valgono in sé e per sé, ma che gli attribuiamo un valore simbolico, finalizzandoli, come la parabola ci insegna, non all’accumulo ma alla relazione, all’amicizia, al condono, al perdono… che sono la vera ricchezza della vita!

Quante volte invece, per un po’ di beni che possediamo (o crediamo di possedere!), diventiamo spregiudicati, orgogliosi, boriosi, cattivi, egoisti?! Ma che cosa davvero ci appartiene fino in fondo, da poterne disporre dalla a alla z, decidendo in quantità e durata? Forse nulla, perché basta un imprevisto, una variabile, una malattia, una disgrazia, e tutto può cambiare radicalmente… Ma quante volte ce ne dimentichiamo! La ricchezza, nelle pagine sacre, spesso è messa sotto il segnale del pericolo, proprio perché può nascondere l’illusione di possedere in toto la realtà come se ne fossimo padroni, e così il più delle volte diventiamo schiavi delle cose che invece possiedono noi! Ecco questa parabola ci ricorda che c’è una sorta di ‘disonestà’ da riconoscere in tutto quello che abbiamo, e che resta tale, fino a quando non lo vediamo come dono di Dio e lo condividiamo con i fratelli. E quindi la domanda che sta a cuore al Signore, non sarà tanto su quanto siano pulite le nostre mani ma piuttosto su quanto siano “sporche” di amicizia, relazione e condono, o meglio, perdono! La parabola certo usa un linguaggio provocatorio, ma proprio per farci elevare mani pure in segno di resa, come a dire: Signore di tutto quello che in questo momento ho tra le mani, di davvero mio c’è la consapevolezza del dono Tuo e della precarietà; e magari della bellezza e gioia di quelle cose che però anelano ad un ‘per sempre’, ad una bellezza e gioia ‘per sempre’, che solo Tu puoi dare e mantenere; o invece, forse, sono colpito e schiacciato dalla dimensione del dolore e della tristezza che comunque ancora una volta, solo Tu, e la dimensione dell’eternità può togliere e curare fino in fondo. Non dobbiamo dimenticare questa origine e il corso di queste cose. E allora abbiamo bisogno di ridestarci dal sonno della coscienza… perché quante volte anche noi abbiamo usato “bilance false” (Am 8,5), come abbiamo letto nel testo del profeta Amos, quante volte usiamo due pesi e due misure, quante volte siamo pronti a giustificare i nostri tradimenti, diventando poi magari, severi ed intransigenti nei confronti degli altri: ci scandalizziamo per il peccato altrui e non vediamo la trave nel nostro occhio! Ecco le nostre relazioni sono il terreno principale dove può crescere la nostra disonestà o la nostra santità, il mercato in cui siamo pronti a vendere anche “lo scarto del nostro grano” (Am 8,6), o il terreno, la via, per “acquistare" la nostra salvezza.

Certo soltanto qualcuno molto ricco e distaccato dalle ricchezze, poteva ragionare come il padrone della parabola, tanto da esprimere apprezzamento nei confronti di un truffaldino. Un uomo con il cuore di Dio, che sa vedere oltre il peccato fino a lodare qualcosa che di buono c’è ancora: la scaltrezza, la capacità di decidere e reagire… e non perché il fine giustifica i mezzi, ma semplicemente perché Dio è buono, e sa di poterci cambiare solo sorprendendoci e volgendo al bene il male. Il cuore di Dio è “ricco” e al contempo “distaccato” di misericordia, ed é ricco e “attaccato” di figli che non vuole perdere!

Come l’amministratore anche noi ci salveremo se impareremo ad amministrare con la legge del condono e perdono… ed è vero, soprattutto quando la rabbia, la delusione sono ancora accese in noi, Il perdono spesso sembra una cosa ingiusta, quasi disonesta (!). Sentiamo le budella che dicono: no questa volta no, questa volta non posso, è proprio troppo! E’ assurdo! Ecco il perdono ha a che fare anche con tutto questo perché non è una merce di scambio ed è vero perdono se si incontra e scontra con l’imperdonabile. Ma proprio come la peccatrice che viene molto perdonata, perché ha molto amato; qui è chiamato in gioco chi ha creato molte relazioni buone e non ricchezze cattive, relazioni buone anche con ricchezze precarie e passeggere. Allora ecco l’appello, l’invito accorato a scoprire la nostra vocazione di amministratori, che non ha a che fare con i numeri, con gli ori o con gli argenti, con i calcoli matematici, ma con qualcosa che ci sorpassa e ci stupisce come l’amore, paradossale come a volte può essere solo l’amore.

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». (Lc 16,1-13)
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