L’IDOLATRA NON PUÒ ESSERE MIO DISCEPOLO! - XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

Si dice che quella di oggi sia una generazione di eterni indecisi. Date le tante possibilità, si fa sempre più fatica a scegliere: a decidersi per una vocazione, per una donna o per un uomo che sia per tutta la vita, per un lavoro, per una missione, per una passione importante, ma anche per le piccole cose di ogni giorno. O completamente irresponsabili, egoisti e narcisisti, oppure come Atlante, con il paralizzante complesso del mondo sulle spalle.

Con lucidità il libro della Sapienza ci dice che quello della scelta è un procedimento faticoso… “a stento riusciamo a capire le cose della terra” - e aggiunge - “come possiamo capire quelle del cielo?”. Non che sia facile, ma se siamo qua, è perché sappiamo che lo possiamo fare, perché abbiamo dalla nostra parte Cristo che ce le racconta come in una parabola, e ce le comunica, come si suol dire, senza peli sulla lingua! Come nel vangelo di oggi, nel quale ci mette davanti alle esigenze radicali della sequela, fino al punto da sembrare di dissuaderci dal seguirlo. Forse perché se non si arriva fino a quel punto di frattura, in cui quasi viene voglia di andarsene, non lo si sceglie veramente!

L’evangelista Luca descrive due situazioni in cui occorre ‘fermarsi a valutare la realtà’ per decidere come agire: la costruzione di una torre, e la battaglia di un re, due immagini che richiamano il progetto, l’obiettivo che sta davanti, e la sua difficoltà, la lotta, le lotte, che dobbiamo attraversare per realizzarlo. La vita ha bisogno di un tempo di valutazione, un tempo di silenzio e discernimento. E anche per seguire Gesù bisogna fare dei conti, per capire se si è disposti a mettere in gioco tutto, e questo, per non cadere in quella visione fatata ed incantata della fede che anche se dono gratuito non significa che sia ‘a gratis’!

E in tutta questa fatica ed incertezza a decidersi e a lottare per portare avanti il progetto; qualcosa cambia, quando si scommette sull’amore, quando si investe sulla forza dell’amore. Quando la vita sembra finita, solo un amore può farla ripartire e rinascere… quando la speranza sembra arenarsi, solo l’amore può sbloccarla… E quest’amore ha un suo peso specifico solo se “vale più di tutto”. Non è un indistinto amore, o un generico volersi bene, il Signore già ce lo ha detto: si tratta dell’amore a Dio e al Prossimo, che per noi ha il volto di Gesù… tutto parte da lì, dalla sua storia. E in quella storia, l’amore conta più di tutto. Ecco perché il Vangelo si spinge fino a tal punto con parole inquietanti: “Se uno viene a me e non odia padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle, e persino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Ormai gli esegeti ce lo hanno spiegato bene: si tratta di una costruzione verbale particolare della frase, tipico della lingua semita. E anche se l’espressione non è perfettamente sovrapponibile al senso della lingua italiana, la sua forza non cambia: prima c’è Dio e poi tutto il resto! Non si tratta di un fondamentalismo ma del segreto per una vita riuscita: “potrai amare davvero i tuoi amori solo se li amerai nel mio amore”!

Oggi viviamo in una società che pare abbia spostato in tutto lo stile-contro: la politica-contro, l’azione-contro; contro qualcuno o qualcosa, piuttosto che lo stile-pro, a vantaggio di ciò in cui si crede! Ecco il Signore non è così. Non ci dice di metterci contro, non toglie amore, ma invita ad aggiungere all’amore il Suo amore. L’accento non va sul “contro” o sul “di meno”, ma sul “di più”; e poiché ogni scelta comporta un rinunciare a qualcos’altro, inutile addolcire la pillola, il Signore va subito al cuore: agli affetti, che sono una questione di priorità! La nostra vita si incastra infatti molte volte dentro cose anche buone, che però bloccano il nostro cammino. Senza la giusta priorità, dietro agli ‘affetti’, che oggi sembrano essere la nostra torre, il monolite della costruzione di noi… ‘gli amici’, ‘la famiglia’, possono diventare dei “mostri sacri”, gli idoli al cui interno si annidano le malattie dell’amore: possesso, egoismo, piacere fine a se stesso, ricatto psicologico, violenza, contraccambio… Allora comprendiamo bene la portata di quell’“odiare la propria vita”. Non si tratta dell’autodistruzione, quando di una proposta liberante perché come dice il Salmo 6 “il suo amore vale più della vita”. In questo senso il nostro Dio è “geloso” (cfr. Es 20,5), non perché vuole possederci esclusivamente, ma perché non vuole che ci perdiamo, e chi idolatra i propri “progetti”, non riesce a stare nella vita… non riesce a riprendersi dalle inevitabili delusioni e battute d’arresto. Chi non prenderà la sua croce, e cioè “l’amore che mette in croce” - nel senso che sicuramente chi ama soffre, va incontro ad un cammino in salita, si espone ad essere vulnerabile, è chiamato a mettersi ogni giorno in discussione - chi non è disposto a fare questo sui passi di Cristo, non sarà degno della vita, perché la vita o è amore o non è.

E l’ultima condizione proposta è quella che sempre mi ha mandato e continua a mandarmi in crisi: prima c’è l’insegnamento di tutta un’arte del discernimento e poi una volta fatti i conti, viene chiesto quasi di dimenticarsene… Qual è il senso?! Perché dopo tutto questo, anche se va fatto, deve essere fatto; l’uomo non vale quanto i suoi calcoli, l’uomo non vale quanto i suoi beni, ma piuttosto quanto ti vuol bene Dio, che ha l’ultima parola, e che spesso, per fortuna, non fa tornare i conti!

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». (Lc 14,25-33)
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