PORTA DEL CIELO - Assunzione della Beata Vergine Maria (Anno C)

All’interno di tutta la vicenda della Vergine Maria, la festa dell’Assunta, è dogma della vita portata a compimento da Dio. Una vita condotta per mano dal Padre, dall’inizio alla fine. Il Signore, che fin dagli albori ha colmato di grazia la vergine di Nazareth, e l’ha scortata con i suoi angeli tra le spade della vita, non l’abbandona “nell’ora della morte”. E acquistano un’altra forza le parole della preghiera a Lei dedicata, quando chiediamo la Sua intercessione “adesso e nell’ora della nostra morte”. E così Maria diventa la porta del cielo perché il cielo è entrato in Lei, già qui sulla terra! In quel cielo, che ha il profumo dei suoi capelli e la luce dei suoi sorrisi, Maria è “assunta”. Il verbo latino sumo significa “prendere”. Maria è “presa”, condotta, mossa, portata a pienezza. E questa rilettura diventa occasione per chiederci da che cosa, da chi, la nostra vita è presa, rapita, mossa…??! Qual è il nostro cielo?? Quando un ritmo “ti prende”, quando una musica ti conquista, ci si muove con il suo tempo, ne si diventa una naturale prosecuzione esterna; si entra in una danza, che Maria articolerà con le sue poche parole e le sue azioni, che hanno avuto in sé il ritmo dello Spirito che l’ha corteggiata, fino a renderla compositrice di un canto tutto suo: il canto del Magnificat, una vera e propria melodia della giustizia divina. Tutti abbiamo un canto che ci piace di più, una sorta di colonna sonora che ci accompagna nei momenti importanti, che ci emoziona, o che ci consola. Maria ci invita a canticchiare con lei il canto dell’intervento deciso e delicato di Dio che può ribaltare completamente le situazioni. In questa festa, diventa icona di speranza e attestazione di ciò che Dio vuole fare di noi: “attirare tutti a sé”. La Parola afferma: “Nessuno può venire a me se il Padre non lo attira…”. Quella di fede, è una via attrattiva: e “quando sarò innalzato attirerò tutti a me”. Innalzato sulla croce, come lo era stato il serpente nel deserto, Cristo attrae tutti a sé, perché la sua deformitas ci restituisca la deiformitas, la forma di Dio, la forma che il Padre ha pensato per ogni uomo.

E Maria è come Davide al ricevere l’arca: “Chi sono io per meritare tanto?”… Chi sono io per ricevere questa forma che mi cambia le forme, mi lavora dal di dentro, le viscere e il grembo. E’ consapevole del suo essere semplicemente una piccola donna… Ecco dinanzi al Padre siamo tutti piccoli e fragili… ma non sempre per far cose grandi occorrono grandi cose. Perché nasca una grande quercia il terreno deve solo accogliere il piccolo seme… Maria si è fatta terreno, humus, umile… Ed è anche vero che per custodire la vita, il terreno deve affrontare le prove delle stagioni. La pagina dell’Apocalisse mette in scena due forze, una antagonista dell’altra, la buona e quella cattiva rappresentata dal drago… Il destino di Maria è richiamo alla resistenza e alla vittoria sul drago! A non scivolare nell’inganno del diventare “una stella” del drago, perché tanto prima o poi con la sua coda le butterà giù, perché vuole spegnerle tutte! Il magnificat denuncia proprio la menzogna e l’illusione di coloro che si credono signori e padroni della storia e arbitri del loro destino e apre alla vita vera e piena, quella senza fine. Cristo, come dice Paolo, è la primizia, di questo destino, e a sua volta, Maria, è la prima delle creature che Dio vuole recuperare a sé: e in questa Assunzione, viene riconciliato tutto il turbamento di Maria, la fatica del suo viaggio terreno da Elisabetta al Calvario, la durezza di quel “non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio”, quello spiazzante “che c’è tra me e te o donna” e ancora quell’affermazione: “mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano e vivono la Parola di Dio”… è tutto ricapitolato in quel “donna ecco tuo figlio, ecco la tua madre”… e questo “affidamento reciproco” è perché “Dio sia tutto in tutti”… e Venga il suo regno in cielo così in Terra.

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua. (Lc 1,39-56)
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