DA "QUALCOSA" A "QUALCUNO" - XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

Chi di noi, almeno una volta non si è sentito parente stretto del Qoelet? Cioè chi non ha almeno una volta fatto propri i suoi sentimenti e si è chiesto: “Vale la pena tutta questa fatica? Vale la pena alzarsi presto al mattino, lavorare sodo, studiare tanto, essere onesti, pagare le tasse, pregare… per non avere poi alcuna garanzia di esito positivo?” Sì fratelli, ne vale proprio la pena! Perché questa vita è l’unica possibilità che abbiamo! E c’è modo e modo di viverla! - Bicchiere d’acqua. Cosa vedete? - Chi decide di vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto non sarà mai felice! Ma per chi ha sete, la salvezza è in quell’acqua, e non nell’averne di più! La seconda lettura ci ha invitati a fare attenzione ad “ogni cupidigia”, che la Bibbia definisce “idolatria”, perché ciò che cattura tutte le nostre energie su ciò che “appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi” (Col 3,5), non è il vero Dio. La Parola ancora una volta è radicale e ci ricorda che: "Anche se uno è nell’abbondanza, (di cose) la sua vita non dipende da ciò che egli possiede” (12,15). Su alcune cose siamo più o meno tutti uguali: attacchiamo il cuore a quello che crediamo nostra conquista, e che pensiamo ci sia dovuto! Ma non di solo pane vive l’uomo, non di solo lavoro, non di sola casa, non di soli soldi, non di sole ferie, non di soli beni… e così via… E’ proprio vero “tutto è vanità”, cioè un soffio (questo il significato della parola ‘vanità’ in ebraico). Tutto passa, e in questo senso siamo tutti poveri, tutti senzatetto, tutti pellegrini e profughi, tutti precari, ma noi non siamo semplicemente in balia del vento, del soffio degli eventi, ma semmai figli spinti, accompagnati e sorretti da un soffio santo, quello dello Spirito di Dio, quello del Risorto, che ci dice che se siamo di Cristo, “risorti con Cristo; (dobbiamo cercare) le cose di lassù” (3,1).

Allora capiamo bene che il problema, il peccato, non sta tanto nel “costruire nuovi magazzini” - come decide di fare l’uomo del vangelo - pensiamo infatti a quando il Signore racconterà dell’importanza del mettersi a tavolino per fare le giuste valutazioni nel costruire una torre; e non è neppure il “riposarsi” che è il precetto che rispetta persino Dio nella Creazione; né tanto meno il “divertirsi e far festa” - pensiamo alle emblematiche nozze di Cana, e ai tanti banchetti di cui ci narra la Parola. Ciò che fa scattare l’allarme rosso è il NON “arricchire presso Dio”. E cioè l’avere la pretesa di trattenere quei beni e fondare tutto su di essi, come se ne fossimo i padroni assoluti. E questo ci spinge ad imparare a vivere NON in funzione delle cose, perché non saranno mai le cose a darci la salvezza, anzi esse stesse possono diventare un inferno, motivo di contesa tra fratelli (come nel Vangelo di oggi). E l’altro segnale preoccupante, è il NON condividere. Arricchire presso Dio significa farne parte con i fratelli… Passare da qualcosa (da accumulare) a qualcuno (con cui condividere)!

Dell’imprenditore del Vangelo colpisce la paura di non avere mai abbastanza, ma ancor di più la piena solitudine, allo stesso modo del Qoelet. Egli “diceva tra sé” - “io dirò a me stesso": insomma parla da solo! Non ha nessuno con cui condividere il proprio pensiero… E un uomo solo, è un uomo povero anche quando è ricco! Non ci viene descritto come un uomo cattivo o semplicemente un uomo avaro e avido, ma un uomo che non ha capito il sapore, la sapienza della vita! Non ha capito, parafrasando il libro dei proverbi che è “meglio un piatto d’erbe amare dov’è l’amore (dei fratelli) che un bue ingrassato dove regna la solitudine” (cfr. Pr. 15). Per piacere a Cristo occorre essere fratelli in relazione. Il Dio della Bibbia si dona nei fratelli, e per il testo Sacro solo il condiviso è reale, solo il condiviso è vero…

Per questo troviamo Gesù che non si lascia immischiare in quella contesa per l’eredità, perché dietro alla ricerca della presunta ‘giustizia’, in quel caso, si è tranquillamente disposti a perdere il fratello… e questo non può piacere a Dio, perché può essere giusto solo quello che è vissuto insieme e non ciò che separa. Quel fratello che chiede l’intervento di Gesù, non vede come patrimonio la fraternità, e non otterrà quello che chiede.

E in tal senso mi veniva in mente quell’enigmatica e controversa parabola dell’amministratore disonesto… che viene lodato da Dio perché usa la sua astuzia, e la sua ingiusta ricchezza, per creare in qualche modo relazioni, per liberare vite, per instaurare rapporti. Ecco emergere in un episodio estremo, come non siano i beni il problema ma il Bene che si scelto di seguire e servire. Con il Signore Gesù il bicchiere sarà sempre mezzo pieno, perché sia che il raccolto produca il 30, il 60 o il 100 la cosa che conta è la relazione con Lui; Lui il primogenito dei fratelli, che ci rende fratelli tra di noi, figli dell’unico Padre. E allora quell’eredità non andrà divisa, ma condivisa, come faremo tra poco con l’unico pane, con la consapevolezza che sulla tavola il pane è per tutti.

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». (Lc 12,13-21)
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