TENERE APERTA LA PORTA - IV Domenica di Quaresima (Anno C)

A metà del cammino quaresimale è ora di prendere sul serio il monito con cui si è aperto questo tempo liturgico forte, il mercoledì delle ceneri: “Ritornate a me”… Fate ritorno nel luogo più bello che possa esserci: la propria terra, casa propria, la casa del padre. E non si tratta sempre e solo di un cammino geografico ma il più delle volte è questione spirituale… Spesso ci ritroviamo infatti ‘estranei’ in casa propria, nel proprio corpo, nelle proprie emozioni…

Ecco perché la liturgia di oggi ci insegna che è necessario che tra noi e la nostra casa, tra noi e i fratelli, tra noi e i nostri terreni, i nostri “campi”, ci sia Cristo mediante il quale c’è riconciliazione fra i ‘pezzi’ della nostra vita. Gli apostoli sono ambasciatori di questa riconciliazione e per mezzo loro Dio esorta a “lasciarsi riconciliare”. Il peccato infatti ci separa, ci divide dentro e fuori… e il peccato non è quello che “purtroppo non si può fare” o che talvolta ci fa dire “che rabbia se io potessi fare così”… ma no: il peccato è perdersi….! E’ dormire la vita, sprecare l’opportunità!

Questo percorso di ‘riconciliazione’ richiede sempre come primo passaggio quel ‘ritornare in sé' come abbiamo sentito nel racconto del figliol prodigo: “Allora rientrò in se stesso”. La parabola articola la narrazione di chi sta vivendo una confusione affettiva… di chi ha frainteso o non ha capito i sentimenti che ci sono in ballo… quel figlio-non-figlio ha confuso l’amore paterno con quello di un padrone e si percepisce servo, e poiché è totalmente fuori posto in questa sua proiezione, deve necessariamente rompere la relazione inseguendo un ideale inesistente di felicità che poi lo porterà a mettersi sotto un altro padrone, e a non realizzare la figliolanza.

Fratelli, è possibile vivere anni in assoluta obbedienza ma essere ‘senza vita’ come dei cadaveri o dei burattini… Si può vivere per anni uno accanto all’altro senza conoscersi e riconoscersi, senza capire i reciproci sentimenti e quindi senza mai condividerli fino in fondo.

Quante volte, utilizzando le immagini della parabola, anche noi vogliamo l’eredità ma non ci interessa il padre… magari ci interessa il patrimonio ma non la famiglia, vogliamo giustizia ma non frequentiamo il giusto, vogliamo la pace ma non siamo disposti al perdono… quante volte, cerchiamo Dio più per quello che può dare che per il fatto stesso di essere suoi figli. Quando facciamo così noi uccidiamo il padre, “uccidiamo Dio”, e lo azzittiamo… in quella parabola quel padre sprofonda nel silenzio… sembra volersi ritirare per non occupare la scena di quella presunta gioia pianificata e studiata e ambita dal figlio.

E così il giovane vivrà da dissoluto: “senza soluzione” e “salvezza”, muovendosi compulsivamente e mangiandosi tutto… si fermerà solo quando ha finito tutto e si trova “finito”.

Si risveglierà tra i porci (gli animali considerati impuri), ladro di carrube, cioè come colui che è desideroso di mangiare quello che mangiano gli animali, e si scoprirà solo: “nessuno gliene dava”, non ha nessuno… Il male fa così, seduce, vigliaccamente porta ad uno stato basso basso, e poi lascia profondamente soli.

Ecco, per ritrovare “casa”, il cuore deve convertirsi ai sentimenti del padre. Finché resiste la nostra posizione arroccata… si starà come nella “terra di nessuno”, quell’area situata tra due trincee nemiche in cui nessuna delle due parti può muoversi apertamente per paura di essere attaccata.

Ma per sbloccare la situazione è necessario che quel figlio faccia il primo passo del ritorno, il resto lo farà il padre! Quel padre diventa immagine di chi non si arrende davanti alla fragilità dell’amore, ed è tenace nell’amore... sa aspettare.

E l’amore oltre ad attendere, sa fare festa, sa ‘celebrare la vita del fratello’, di chi ritorna, di chi si pente, di chi c’è!… il fratello maggiore invece non sa entrare in questa gioia! Diventa immagine di quelle persone perennemente arrabbiate e che vivono del continuo confronto con gli altri! Il padre lo invita ad entrare in casa: certe cose si capiscono solo dal di dentro, nel profondo, per quel padre non sarà mai festa piena se manca uno dei figli! E il finale della parabola rimane aperto, come aperta è rimasta la porta di quel Padre, che ci invita a verificare le nostre chiusure nei confronti di chi si è allontanato dalla relazione con noi… questa logica prodiga nell’amore “apre la porta” della nuova creazione: “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove”. Quest’aria fresca si deve sentire! Questa la sfida che ci sta davanti per arrivare a dire io so comportarmi in maniera differente da quella che il mondo mi suggerisce e si aspetterebbe, perché NON sono figlio del mondo, ma figlio di Dio: è Suo l’anello che porto al dito, Suoi i calzari che ho ai piedi, Suo è il pane che mi dà la forza per vivere tutto questo…


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