DUE ASSI NON NELLA MANICA MA SOTTO LE BRACCIA - XXIX Tempo Ordinario (Anno C)

Quanti di noi sanno bene che anche se non siamo fisicamente in una guerra contro una popolazione, anche se magari non abbiamo grandi nemici che ci vogliono poi così male, tutta la nostra vita è un po' come una battaglia. Una battaglia che spesso inizia al mattino con la sveglia, continua allo specchio (immagine di quello che noi siamo, perché spesso la battaglia più feroce è quella con noi stessi), magari qualche piccolo screzio in famiglia, si continua sul posto di lavoro, a scuola, si sfoga a sera quando siamo di nuovo tutti insieme... Insomma come diceva l'evangelista Matteo: "ciascun giorno ha la sua... pena". E in questo contesto vogliamo fissare lo sguardo sull'icona biblica che ci fornisce la Prima Lettura... perché di battaglia si tratta, quella vera, quella fatta con l'esercito, quella fatta con una strategia militare... Mosè deve combattere con i potenti amaleciti, i nemici di sempre del popolo di Israele, molto forti e preparati, un esercito il cui solo nome mieteva vittime... ma Mosè ha un asso nella manica: la preghiera... - Mosè forse non hai capito, si tratta di una guerra vera, muore la gente... - e "Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva". Quando noi diciamo "mi ha alzato le mani"... cosa vogliamo dire? Intendiamo le botte che qualcuno picchia... per l'uomo di fede alzare le mani, stendere le mani è il gesto della preghiera, è il gesto di chi cerca il cielo, è il gesto di chi si arrende a qualcuno più forte di ogni forza. E la Scrittura continua: "Quando le lasciava cadere, prevaleva Amalek". E sentite che meraviglia: poiché Mose sentiva pesare le mani (perché la preghiera è anche fatica!) schierò l'asso nella manica, meglio, gli assi sotto le braccia: Aronne e Cur, che presero due pietre e "uno da una parte e l'altro dall'altra, sostenevano le sue mani" perché ci fosse una preghiera continuativa, e ci fosse vittoria! Il Vangelo ci diceva: "non stancatevi mai!"

C'è una battaglia, è il focus, l'attenzione è su quel campo, su quella striscia di terreno, su quelle armi, su quei morti e quei feriti, su quei faccia a faccia e corpo a corpo (allora non c'erano le armi di oggi), ma in realtà noi vediamo che battaglia si gioca in modo determinante in un altro luogo... sul monte: "Alzo gli occhi verso il monte, da dove mi verrà l'aiuto?". Su quel monte ci sono Mosè, Cur e Aronne... Quante volte pensiamo di dover affrontare di petto dei problemi, e ci inventiamo mille strategie e poi ci accorgiamo, che noi, i credenti, ci siamo dimenticati di Dio, abbiamo fatto tanti calcoli, piano A e piano B, piano d'attacco e di difesa, e ci siamo dimenticati, o magari abbiamo messo nelle retrovie, Dio e la preghiera. E proprio per questo, la nostra preghiera ha bisogno di un sostegno; dobbiamo schierare Cur e Aronne... fratelli e sorelle pieni di fede che pregano per noi, la Chiesa... Capite bene quanto risplenda quell'immagine di Papa Francesco, quando dice che la chiesa è come un ospedale da campo. Qui si vince se c'è un gioco di squadra! Allora circòndati e ricerca questa squadra, cerca di capire quali sono le tue pietre, i tuoi Cur e Aronne, e deciditi di alzare quelle mani... E come ricordava la Seconda Lettura "rimani saldo". E fra le altre cose scoprirai che senza questa saldezza personale in Dio non è possibile alcun impegno duraturo verso gli altri!!!

La vedova non molla!

E sapete, la pudica CEI traduce che quel giudice dice "le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi", ma l'espressione greca dice: "perché non venga a farmi un occhio nero". E ritorna l'alzare le mani. Ecco, sfoga nel Signore la tua irascibilità, e prega, non lasciare che la tua rabbia, il tuo disappunto diventino violenza, e magari non subito e direttamente quella fisica, ma quella verbale, talvolta anche la più livida.

Qui si dice: siamo disposti a concedere credito e denaro ad un giudice che per bravo che sia non sarà mai esente da mancanze, peccato, fragilità, e non siamo sempre disposti a credere che Dio possa rispondere, commuoversi e farsi vicino ai figli che gridano girono e notte verso di lui.

Comprendiamo bene che la preghiera ininterrotta non è tanto un dire parole e formule continuativamente, quanto un desiderio continuo e un'attesa interiore che non finisce mai... di vedere il volto di Dio, la sua giustizia, la sua grazia... proprio con la consapevolezza che le nostre suppliche non servono per "svegliare Dio", perché come ci diceva il Salmo (120) "non si addormenterà il tuo custode. Non prenderà sonno il custode d'Israele". L'esperienza va allora capovolta: e perché non ci arrendiamo noi come nel sonno! Dio non si addormenta, ed è proprio questa sua fedeltà alla nostra vita a consentirci di poterlo pregare con continuità e perseveranza. Allora non smettere di desiderare, perché Dio farà giustizia nella tua vita! Anche quando siamo convinti che Dio sia un giudice ingiusto, l'unica cosa che possiamo fare è non smettere di desiderare e chiedere.

La paura di sentirci abbandonati dall'amore come una vedova diventa alla fine lo stesso timore di Cristo: "Ma il figlio dell'uomo quando verrà troverà ancora fede sulla terra?".

La provocazione che ci lasciamo per questa settimana è questa: ma allora in questa storia d'amore chi è il vero vedovo? Noi perché ci viene a mancare quel qualcosa che stiamo chiedendo a Dio o Dio perché spesso e volentieri gli veniamo a mancare noi? Perché comunque in quella barca che è la nostra vita, fosse pure in tempesta, Lui c'è... ma noi dove siamo? La preghiera non sempre ci fa ottenere quello che chiediamo, ma sempre ci fa avere Dio accanto, ci porta a quella relazione d'amore che al suo apice fa anche dire: ti amo e amo anche il tuo silenzio.

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