IN AMORE VINCE CHI RESTA CON CHI SI È PERDUTO - XXIV Tempo Ordinario (Anno C)

E la liturgia oggi ci presenta un Dio che in apparenza è un Dio perdente: il popolo che si perde e costruisce un idolo, il vitello d’oro, la pecora che si perde e vaga per altri pascoli, la dracma smarrita nella casa, un figlio che si allontana dal padre.

Ma se un proverbio dice che in amore vince chi fugge, questi testi ci dicono che l'amore vince perdendosi dietro a chi si è perduto. Non si trova Dio come risultato dei tuoi sforzi. Gesù dice: sarà Dio a trovare te!

Questo è il volto misericordioso del Padre, che si incarna nelle tre parabole dell’evangelista Luca che ci vengono presentate al singolare quasi fossero un’unica parabola. E questa unica misericordia sembra essere caratterizzata dalla stessa azione: cercare chi si è smarrito, recuperare il disperso, saper vedere al di là dell’errore, saper guardare negli occhi del peccatore più che arrendersi alla cecità del suo peccato.

E questo ha un potere di conversione, riporta alla vita, fa ritrovare ciò che era perduto. San Paolo si offre come testimone di tutto questo: “prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento… - ma fratelli - Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”.

La misericordia sconvolge ogni ordine e regola. Qui sembra persino che non ci sia la gara a dire chi è “primo” per bravura, bontà, integrità, ma chi è “primo” tra i peccatori, tra chi è più peccatore, perché la misericordia ha come biglietto da visita che “dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia”, e allora io non ho paura. Chi è che amerà di più colui ha cui è stato perdonato poco? O colui a cui è stato condonato e perdonato molto?!

E questo “prima ero il primo peccatore”, suppone che ci sia un dopo, un adesso che fa la felicità del cuore di Dio che nasce proprio da quell’amore di Dio per noi. Ieri ho celebrato un matrimonio dove gli sposi avevano scelto il brano del Cantico dei Cantici dove sulla scena compare quell’amata che gira tutta la notte nella città con una sola domanda: “avete visto l’amato del mio cuore?” E’ la domanda quotidiana di Dio per tutti i suoi figli ovunque dispersi. Allora vincerò se anziché fuggire, mi lascerò trovare… scoprendo che c’è più gioia nel cielo per un Paolo che si converte che per cento giusti.

Nella prima parabola c’è qualcuno che si perde all’esterno, come la pecora. Nella seconda ci si smarrisce all’interno, come accade alla moneta. Nella terza il primo figlio si perde lontano dalla casa e il secondo figlio, nella casa stessa, perché, anche se non si è mai allontanato, è lontano dal Padre, ha abitato quella casa come un servo e non come figlio *. Situazioni e motivazioni diverse che formano le variazioni al tema dello smarrimento, ma in questa distonia il canto fermo è l’amore del Padre. Un Dio pastore che cerca noi molto più di quanto noi cerchiamo lui. E se anche noi ci smarriamo, lui come il più moderno dei Tom Tom, dei GPS, è sempre pronto a ricalcolate il percorso per trovarci!!

Se noi avessimo almeno un po’ di quella pazienza di Dio, nelle cose della vita. Invece abbiamo sempre la tentazione del vitello d’oro, di costruire qualcosa o qualcuno che ci esoneri dalla fatica dell’attesa e del silenzio di Dio. Perché quell’attesa sembra troppo pesante.

Paragonabile all’idolo del vitello d'oro, è il progetto che induce il figlio minore a lasciare la casa del padre. Di tutto ciò che è proprio del padre, ciò che gli sta a cuore è l’eredità e l’indipendenza (che però dipende dalla eredità del padre!) così si dimostra di non avere lo spirito del figlio ma quello del cliente. E il figlio maggiore invece al vertice dei suoi desideri ha gli amici, la festa, il capretto, e assordato della rabbia e gelosia nei confronti del fratello, non ha sentito che il padre gli ha detto “TUTTO” quello che è mio è anche tuo. TUTTO - figlio - non solo il capretto! E anche lui si accontenta di una vita da servo e non da figlio.

Anche noi quando diciamo che questo mondo, casa comune, è uno schifo, che non ci si può fidare più di nessuno, che non ne vale la pena, quando vivi amo cercando il difetto e il peccato del fratello e nel nostro cuore non crediamo più in un suo possibile ritorno, ci mostriamo di essere servi e non figli.

E la parabola si conclude con quella porta aperta, perché possiamo decidere se entrare o rimanere fuori per la festa dei peccatori guariti e perdonati…

Allora Grazie Signore perché sei Padre così, a questo modo, con la porta ancora aperta, con i tuoi occhi alla finestra… alla ricerca di me: avete visto l’amato del mio cuore?”


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